Il cognitivismo e le scienze cognitive: la mente torna al centro della psicologia
Per quasi cinquant'anni la psicologia nordamericana aveva scelto di trattare la mente come una scatola chiusa, di cui contava soltanto ciò che entrava e ciò che usciva. A partire dagli anni Sessanta, quella scatola cominciò lentamente a riaprirsi. Nacque così il cognitivismo, l'orientamento che ancora oggi domina gran parte della psicologia contemporanea, e che ha riportato la mente, con i suoi processi interni, al centro dell'indagine scientifica.
Francesco Gardona
8/7/20265 min leggere
Non una Scuola, ma un orientamento
Più che una Scuola in senso classico, come lo erano state lo strutturalismo o il comportamentismo, il cognitivismo si presenta come un orientamento ricco e composito, tenuto insieme da pochi assunti di fondo condivisi. Pur essendo nato, e restando tuttora radicato, prevalentemente all'interno della psicologia generale, ha finito per influenzare in profondità anche la psicologia sociale, la psicologia dello sviluppo, le molteplici aree della psicologia applicata e la psicologia clinica, comprese le psicoterapie.
Una rivoluzione dai tratti europei
Dietro alla cosiddetta rivoluzione cognitivista, che a partire dagli anni Sessanta soppiantò progressivamente il comportamentismo, si possono individuare ragioni tanto storico-epistemologiche quanto socio-culturali. Fra queste spicca un elemento particolare: questa rivoluzione comportò, in un certo senso, un ritorno al razionalismo, se non addirittura all'intellettualismo, tipico della tradizione filosofica europea. Non a caso, gli psicologi europei aderirono al cognitivismo con grande rapidità, mentre quelli nordamericani, salvo alcune eccezioni, erano rimasti a lungo arroccati nel proprio maggioritario isolamento comportamentistico.
Un nuovo equilibrio fra Europa e Nord America
Con l'affermarsi del cognitivismo, i rapporti di forza fra psicologia europea e psicologia nordamericana si riequilibrarono, arrivando in alcuni casi a vere e proprie inversioni di tendenza. È il caso, particolarmente significativo, della nuova psicologia sociale cognitivista, nata per prima in Europa e successivamente capace di sostituire, negli stessi Stati Uniti, la tradizionale psicologia sociale di impronta comportamentistica.
Le origini plurali del cognitivismo
Alle origini del cognitivismo si possono individuare diverse matrici distinte, sviluppatesi tutte fra gli anni Cinquanta e Sessanta, e in parte nate paradossalmente all'interno dello stesso comportamentismo a cui il cognitivismo si sarebbe poi opposto. Lo schema stimolo-risposta, alla base dell'impianto comportamentista, si rivelò infatti insufficiente agli occhi di molti comportamentisti stessi, come Edward Tolman: cominciò così a essere sostituito dallo schema S-O-R, in cui la lettera O, iniziale di "organismo", rappresentava la mediazione fra lo stimolo e la risposta. In un primo momento, questo elemento scomodo, che metteva in discussione l'oggettivismo comportamentistico, venne presentato, proprio da Tolman, come una "variabile intermedia", che i comportamentisti tentarono in ogni modo di rendere oggettiva e pubblicamente osservabile, esattamente come lo stimolo e la risposta.
Da "mentalisti" a "cognitivisti"
Questo tentativo, però, non ebbe successo. La O, divenuta ormai sinonimo di "mente", passò rapidamente da elemento scomodo a occupare il centro, se non l'intera scena, della psicologia. Gli stessi psicologi nordamericani che, da comportamentisti, avevano etichettato con una punta di disprezzo come "mentalisti" tutti coloro che non condividevano la loro impostazione, i piagetiani per esempio, si trasformarono in gran parte, nel giro di pochi anni, in psicologi cognitivisti, secondo la denominazione proposta da Ulric Neisser nel 1967 con il suo libro Psicologia cognitivista. Se per i comportamentisti la mente era, e doveva restare, una "scatola nera", per i cognitivisti essa diventa l'unico vero oggetto della psicologia, mentre i comportamenti si riducono a un semplice mezzo per cercare di comprenderne il funzionamento.
Prima matrice: Craik e la mente come servomeccanismo
Una prima matrice del cognitivismo si può rintracciare nell'opera dello psicologo inglese Kenneth Craik, che già nel 1943 concepiva la mente umana come una sorta di servomeccanismo, cioè come un sistema capace di elaborare le informazioni necessarie alla propria autoregolazione. Secondo Craik, la mente traduce gli stimoli provenienti dall'ambiente esterno in un proprio linguaggio simbolico, trasformandoli autonomamente in rappresentazioni interne, anche molto complesse, che vengono poi utilizzate per produrre comportamenti e per controllare l'ambiente stesso. Questa intuizione sarebbe diventata la base del modello più diffuso in ambito cognitivista, quello dell'elaborazione delle informazioni da parte della mente umana, noto con la sigla HIP (Human Information Processing).
Seconda matrice: Miller e il numero magico
Una seconda matrice è contenuta in un celebre articolo pubblicato nel 1956 dallo psicologo nordamericano George A. Miller, intitolato Il magico numero sette, più o meno due, in cui l'autore dimostrava che la mente umana non è in grado di gestire contemporaneamente più di un certo numero di informazioni, in media sette, con un intervallo che va da cinque a nove. Da questa scoperta derivò, in termini più generali, una nuova concezione della mente, intesa come una sorta di canale di comunicazione dotato di una capacità di elaborazione limitata e ben definita.
Terza matrice: Chomsky e la povertà dello stimolo
Una terza matrice fondamentale venne dal contributo del linguista nordamericano Noam Chomsky, considerato il creatore della psicolinguistica. Con due lavori pubblicati a breve distanza l'uno dall'altro, Le strutture della sintassi del 1957 e una recensione al libro del comportamentista Skinner intitolato Il comportamento verbale, uscita nel 1959, Chomsky inferse un colpo durissimo al comportamentismo, dimostrandone l'inadeguatezza nello spiegare il modo in cui i bambini acquisiscono il linguaggio. Il cuore della sua argomentazione è la tesi della "povertà dello stimolo": gli stimoli linguistici che un bambino di due anni riceve dai genitori e, più in generale, dall'ambiente circostante, sono semplicemente insufficienti a spiegare la ricchezza e la compiutezza del linguaggio che egli riesce comunque a produrre. Devono quindi esistere, secondo Chomsky, delle regole innate per l'elaborazione del linguaggio, sulle quali egli avrebbe costruito un'articolata teoria nota come "generativo-trasformazionale".
Quarta matrice: l'unità TOTE
Una quarta matrice del cognitivismo è rappresentata dalla proposta dell'unità TOTE, formulata nel 1960 da Miller, Galanter e Pribram nel libro Piani e struttura del comportamento. L'acronimo TOTE riprende le iniziali delle parole inglesi "test, operate, test, exit", ossia verificare, eseguire, verificare, terminare: uno schema che, secondo gli autori, riassume efficacemente il nostro comportamento in relazione all'ambiente, descritto come un processo di continua elaborazione e monitoraggio delle informazioni da parte della mente.
Neisser e il modello HIP
L'influenza più importante sulla costituzione del cognitivismo, fino alla fase più recente delle scienze cognitive, resta però quella di Ulric Neisser, che nella già citata opera del 1967 riprese e approfondì il modello HIP inizialmente abbozzato da Craik. In questo modello, il sistema cognitivo umano viene concepito come un vero e proprio elaboratore di informazioni, dotato di una memoria teoricamente illimitata, proprio come un computer. Le informazioni in entrata, o input, corrispondenti agli stimoli del comportamentismo, vengono elaborate attraverso una sequenza di processi mentali da una sorta di unità centrale di elaborazione, che restituisce in uscita gli output, corrispondenti alle risposte comportamentiste. Quanto più complessa è l'elaborazione delle informazioni in entrata, tanto più lungo risulta il tempo impiegato dal corrispondente processo mentale, e dalla reazione che ne consegue, per esempio la pressione di un tasto. Misurando questi tempi di reazione nei soggetti sperimentali, sulla scia della tradizione della cronometria mentale inaugurata già nel 1868 dal fisiologo olandese Franciscus Donders, i ricercatori cognitivisti hanno potuto disporre di un criterio oggettivo per verificare e misurare le proprie ipotesi sul funzionamento della mente.
Le critiche ecologiche al modello HIP
Fra gli anni Sessanta e Settanta il modello HIP suscitò un interesse enorme, dando origine a una quantità considerevole di esperimenti e pubblicazioni. Verso la metà degli anni Settanta, tuttavia, subì critiche piuttosto pesanti da parte dei cosiddetti cognitivisti ecologici, una corrente a cui aderì lo stesso Neisser con il suo libro Cognizione e realtà, pubblicato nel 1976. Secondo questi autori, il modello HIP finiva per ritrarre un essere umano artificiale, costruito su misura per gli esperimenti condotti in laboratorio, ben distante dall'uomo reale immerso nell'ambiente concreto della vita quotidiana. Diventava perciò necessario rivedere in profondità il concetto stesso di informazione, pur senza rinunciare del tutto all'analogia, ormai consolidata, fra la mente umana e il computer: un'analogia che avrebbe continuato ad accompagnare, in forme sempre nuove, lo sviluppo successivo delle scienze cognitive.
Bibliografia
Chomsky, N. (1957). Syntactic structures. Mouton.
Chomsky, N. (1959). A review of B. F. Skinner's Verbal Behavior. Language, 35(1), 26–58.
Craik, K. J. W. (1943). The nature of explanation. Cambridge University Press.
Donders, F. C. (1969). Over de snelheid van psychische processen [On the speed of mental processes] (W. G. Koster, Trad.). Acta Psychologica, 30, 412–431. (Opera originale pubblicata nel 1868)
Miller, G. A. (1956). The magical number seven, plus or minus two: Some limits on our capacity for processing information. Psychological Review, 63(2), 81–97.
Miller, G. A., Galanter, E., & Pribram, K. H. (1960). Plans and the structure of behavior. Holt, Rinehart & Winston.
Neisser, U. (1967). Cognitive psychology. Appleton-Century-Crofts.
Neisser, U. (1976). Cognition and reality: Principles and implications of cognitive psychology. W. H. Freeman.
