Il comportamentismo: la psicologia che scelse di guardare solo al comportamento
Per quasi mezzo secolo, dagli anni Venti agli anni Sessanta del Novecento, la psicologia nordamericana e, di riflesso, quella mondiale, decise di voltare le spalle a tutto ciò che non poteva essere osservato da un osservatore esterno. Non più coscienza, non più introspezione, non più stati mentali interiori, ma soltanto comportamento: azioni misurabili, ripetibili, verificabili da chiunque. Fu questa la rivoluzione del comportamentismo, o behaviorismo, una delle correnti più influenti e controverse dell'intera storia della psicologia, capace di dominare la scena per decenni prima di lasciare progressivamente il passo al cognitivismo.
Francesco Gardona
8/6/20265 min leggere
Il 1913 e la rivoluzione di Watson
La data di nascita convenzionale del comportamentismo è il 1913, l'anno in cui John Broadus Watson (1878-1958) pubblicò un celebre articolo dal titolo La psicologia considerata dal punto di vista comportamentistico. In quelle pagine Watson mosse una critica radicale a tutti i concetti psicologici di derivazione filosofica che si riferivano a realtà non direttamente osservabili, come mente, coscienza, sentimento o sensazione. Non a caso, proprio in quegli anni lo strutturalismo e il suo metodo introspezionistico stavano attraversando una crisi profonda, che sembrava confermare quanto fosse difficile fondare una scienza su dati accessibili soltanto al soggetto che li vive in prima persona.
Per Watson, il solo oggetto legittimo della psicologia scientifica doveva diventare il comportamento pubblicamente osservabile degli organismi viventi, umani o animali che fossero. Dal linguaggio della disciplina andava perciò escluso ogni riferimento alla soggettività, all'interiorità o all'intenzionalità di tali organismi.
Contro l'innatismo: lo schema stimolo-risposta
Watson estese questa impostazione anche al dibattito sull'origine del comportamento, criticando duramente il concetto di innatismo e le nozioni a esso collegate, come quella di istinto. Propose al suo posto una prospettiva radicalmente ambientalista, secondo cui a determinare il comportamento umano e animale è unicamente l'influenza dell'ambiente. Nacque così il celebre schema stimolo-risposta, spesso indicato con la sigla S-R: S rappresenta la stimolazione che agisce sull'organismo, R la risposta che l'organismo fornisce in reazione a essa.
L'incontro con Pavlov e la svolta verso il condizionamento
Negli anni successivi Watson integrò nella propria concezione il concetto di condizionamento, ripreso direttamente dalle ricerche di Pavlov, e il comportamentismo si trasformò sempre più in una vera e propria macro-teoria dell'apprendimento fondata sul condizionamento. Con il tempo, questa teoria arrivò a proporsi di spiegare praticamente ogni aspetto della vita psichica: la percezione, la memoria, l'intelligenza, il linguaggio, l'emozione, la motivazione, fino alle relazioni interpersonali.
Il piccolo Albert: un'emozione costruita in laboratorio
Fu proprio sul terreno dell'emozione che Watson realizzò uno degli esperimenti più noti, e oggi più discussi, della storia della psicologia. Il protagonista fu un bambino di pochi mesi, ribattezzato "il piccolo Albert", che all'inizio dello studio non mostrava alcun timore di fronte a un ratto bianco, arrivando persino a toccarlo con curiosità. Watson condizionò ripetutamente il bambino associando un forte rumore improvviso al momento in cui questi entrava in contatto con l'animale. Il rumore, comprensibilmente, spaventava Albert ogni volta; dopo diverse ripetizioni, il piccolo cominciò a manifestare paura alla sola vista del ratto, anche in assenza del rumore. Il fenomeno non si fermò qui: per effetto della generalizzazione, un meccanismo che i comportamentisti avrebbero poi studiato a lungo in tutte le sue varianti, Albert arrivò a temere anche altri oggetti che presentavano una qualche somiglianza con il ratto, come una pelliccia bianca o una maschera natalizia con la barba.
Va detto, con lo sguardo di chi guarda a questa vicenda a distanza di un secolo, che un esperimento condotto in questi termini su un bambino così piccolo non sarebbe oggi accettabile secondo gli standard etici della ricerca psicologica: resta però un caso di scuola per comprendere fino a che punto, nella prima metà del Novecento, si ritenesse che anche le emozioni potessero essere apprese esattamente come qualsiasi altro comportamento.
Un manifesto ambientalista, fino alla provocazione
Più in generale, Watson sostenne, non senza un certo gusto per la provocazione, che nel comportamento umano praticamente tutto potrebbe essere plasmato attraverso il condizionamento, indipendentemente dai talenti innati, dalle inclinazioni o dall'origine familiare di un individuo. Arrivò a dichiarare, in un passaggio che sarebbe diventato celeberrimo, di essere convinto che, affidandogli un gruppo di neonati sani e la piena libertà di educarli secondo il proprio metodo, sarebbe stato in grado di trasformare ciascuno di loro, scelto a caso, in qualunque tipo di professionista avesse voluto: un'affermazione estrema, pensata proprio per mettere in evidenza fino a che punto il comportamentismo fosse disposto a spingersi nel negare il peso dell'innato.
Dopo Watson: Skinner e il condizionamento operante
Sebbene lo stesso Watson abbandonasse presto sia la ricerca sperimentale sia la psicologia in senso stretto, i suoi eredi intellettuali popolarono per decenni le università statunitensi, moltiplicando gli esperimenti sul condizionamento animale, in particolare su ratti e piccioni, nella convinzione di poterne estendere i risultati al comportamento umano in ogni suo ambito: individuale, familiare, sociale, educativo, terapeutico. Un contributo decisivo a questa evoluzione venne da Burrhus Frederic Skinner (1904-1990), che accanto al condizionamento pavloviano, definito rispondente, introdusse il condizionamento operante, studiato attraverso un gran numero di esperimenti condotti con l'ausilio di un apparato da lui stesso ideato, la cosiddetta Skinner box. Il condizionamento operante descrive la tendenza di un organismo a ripetere quei comportamenti che sono stati seguiti da un rinforzo, ossia da una conseguenza gratificante: un principio che resta tuttora uno degli acquisti più solidi dell'intera psicologia scientifica.
Tolman e Hull: due strade diverse dentro il comportamentismo
Non tutti i comportamentisti, però, condivisero fino in fondo l'impostazione di Watson. Edward Chace Tolman (1886-1959) si oppose alla sua visione molecolare del comportamento, che tendeva a identificarlo con le singole contrazioni muscolari dell'organismo, proponendo al suo posto una visione molare, o globale, più vicina per certi versi alla psicologia della Gestalt. Fu proprio Tolman a introdurre il concetto di direzionalità del comportamento, talvolta tradotto (impropriamente) come "intenzionalità", e quello di mappa cognitiva, entrambi destinati a costituire un ponte diretto verso il successivo cognitivismo. Clark Leonard Hull (1884-1952), dal canto suo, tentò con la propria teoria ipotetico-deduttiva di formalizzare in termini matematici i principi del condizionamento, aprendo anch'egli, attraverso i concetti di teoria, modello e formalizzazione, un varco verso la psicologia cognitiva successiva. La sua influenza sulla psicologia nordamericana fu enorme, forse seconda soltanto a quella dello stesso Watson.
La crisi del comportamentismo
Fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta divenne sempre più evidente che il comportamentismo non fosse in grado di spiegare in modo soddisfacente i comportamenti umani più complessi: le relazioni interpersonali e sociali, lo sviluppo del pensiero e del linguaggio nel bambino, tutti fenomeni che sembravano richiedere concetti più articolati di un semplice legame fra stimolo e risposta. Dopo una fase intermedia, spesso definita di neo-comportamentismo, ebbe così inizio la stagione della prospettiva cognitivista, che ancora oggi caratterizza gran parte della psicologia scientifica.
Le critiche: un essere umano ridotto a organismo passivo
Il comportamentismo è stato a lungo criticato per la sua tendenza a ridurre l'essere umano a un organismo puramente passivo, capace soltanto di rispondere alle leggi del condizionamento, e per l'ideologia deterministica, meccanicistica e per certi versi anti-umanistica che questa visione sembrava comportare. Lo stesso Skinner, del resto, non esitò a mettere pubblicamente in discussione l'esistenza del libero arbitrio in un libro molto discusso del 1971, nel quale arrivava a immaginare una società interamente organizzata secondo le leggi del condizionamento, capace di rendere gli individui felici nella misura in cui la felicità viene fatta coincidere con il soddisfacimento dei bisogni primari.
Un'eredità ancora viva
Nonostante la crisi degli anni Sessanta, il riferimento al comportamentismo, se non più come Scuola in senso stretto, resta ben presente nella psicologia contemporanea, ogni volta che essa rivendica un approccio oggettivistico ai propri oggetti di studio. Questa impostazione è particolarmente forte in alcune forme di psicoterapia, dove il comportamentismo si combina per lo più con il cognitivismo. Una delle principali teorie della psicologia odierna, quella socio-cognitiva elaborata da Albert Bandura, che trova largo impiego in ambito sociale e psicopedagogico, può essere considerata una diretta filiazione del comportamentismo classico. A Bandura si deve, fra l'altro, la scoperta dell'apprendimento osservativo, ossia la dimostrazione che è possibile apprendere un comportamento semplicemente osservando un modello che lo mette in atto, senza alcun bisogno di sperimentare in prima persona rinforzi o punizioni.
Bibliografia
Bandura, A. (1977). Social learning theory. Prentice-Hall.
Bandura, A., Ross, D., & Ross, S. A. (1961). Transmission of aggression through imitation of aggressive models. Journal of Abnormal and Social Psychology, 63(3), 575–582.
Hull, C. L. (1943). Principles of behavior: An introduction to behavior theory. Appleton-Century.
Skinner, B. F. (1938). The behavior of organisms: An experimental analysis. Appleton-Century.
Skinner, B. F. (1971). Beyond freedom and dignity. Knopf.
Tolman, E. C. (1948). Cognitive maps in rats and men. Psychological Review, 55(4), 189–208.
Watson, J. B. (1913). Psychology as the behaviorist views it. Psychological Review, 20(2), 158–177.
Watson, J. B., & Rayner, R. (1920). Conditioned emotional reactions. Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1–14.
