Il funzionalismo: la psicologia dell'adattamento

Se lo strutturalismo si era posto una domanda essenzialmente descrittiva, chiedendosi di cosa fosse fatta la coscienza, un'altra corrente sorta poco dopo, dall'altra parte dell'Atlantico, scelse di porsi una domanda diversa: a cosa serve la mente, e come funziona nel guidare il comportamento di un organismo alle prese con il proprio ambiente? Nacque così il funzionalismo, conosciuto anche come Scuola di Chicago, la prima corrente di psicologia genuinamente nordamericana, capace di spostare l'attenzione dagli elementi statici della coscienza alle funzioni dinamiche della mente.

Francesco Gardona

8/6/20265 min leggere

Una Scuola nata in America

Il funzionalismo trovò nel filosofo e psicologo William James il proprio esponente più importante. Il suo libro Principi di psicologia, pubblicato nel 1890, ebbe un ruolo decisivo nel suscitare, per la prima volta negli Stati Uniti, un interesse collettivo verso la nuova disciplina psicologica. Accanto a James vanno ricordati altri due protagonisti di questa corrente: John Dewey, conosciuto anche in Italia soprattutto per la sua riflessione sulla pedagogia democratica, e James Rowland Angell, che ne offrì una delle formulazioni teoriche più organiche.

Un sistema eclettico più che un sistema rigido

Rispetto allo strutturalismo di Titchener, il funzionalismo si presentò fin da subito come un sistema assai più composito ed eterogeneo, aperto e tollerante nei confronti di altre prospettive psicologiche, e disposto ad attribuire al metodo sperimentale un'importanza minore rispetto a quella che gli veniva riconosciuta a Lipsia o a Cornell. Non si trattava, in altre parole, di una Scuola nata attorno a un unico metodo, quanto piuttosto attorno a un modo condiviso di porre le domande.

L'eredità di Darwin: la mente come strumento di sopravvivenza

A ispirare questo cambio di prospettiva fu soprattutto Charles Darwin, in particolare le idee esposte nelle opere L'origine dell'uomo e la selezione sessuale del 1871 e L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali del 1872. Gli psicologi funzionalisti iniziarono a considerare l'organismo umano come l'ultimo stadio, per ora, di un lungo processo evolutivo, e a leggere di conseguenza i processi mentali come il risultato di ciò che, nel corso di questo processo, si è rivelato utile alla sopravvivenza dell'organismo e al suo adattamento all'ambiente circostante.

Dal "cosa sono" al "a cosa servono" i processi mentali

Questa impostazione cambiò radicalmente la domanda fondamentale della psicologia. Se per gli strutturalisti il problema centrale era stabilire di cosa fossero fatti i processi mentali, per i funzionalisti la domanda diventava un'altra: a cosa servono questi processi, e come funzionano nel guidare il comportamento dell'organismo? L'attenzione si spostò così dai contenuti della mente umana, isolata dal corpo, alle operazioni dell'intero organismo biologico, umano e animale, colto nel suo continuo rapporto con l'ambiente.

La fine del dualismo mente-corpo

Con il funzionalismo scomparve anche il tradizionale dualismo fra mente e corpo, che in Wundt aveva assunto la forma del cosiddetto parallelismo psicofisico, ossia l'idea di due serie di eventi, mentali e fisiologici, che procedono parallele senza mai incontrarsi davvero. Per i funzionalisti, al contrario, i processi mentali sono espressi direttamente dallo stesso organismo che esprime i processi biologici, alla stregua della respirazione o della circolazione del sangue: non esistono, cioè, come qualcosa di separato dal corpo che li produce.

Il comportamento adattativo

L'oggetto della ricerca psicologica venne definito come l'insieme delle attività mentali legate all'acquisizione, alla conservazione, all'organizzazione e alla valutazione delle esperienze, nonché al loro successivo impiego nel guidare il comportamento. Il concetto centrale di questa definizione è quello di comportamento orientato, o, con una formulazione pienamente evoluzionistica, di comportamento adattativo. Un comportamento di questo tipo si compone sempre di tre elementi: una stimolazione motivante, interna o esterna all'organismo; una situazione sensoriale; e una risposta capace di modificare quella situazione in modo da soddisfare la condizione motivante di partenza. Un uomo affamato che si procura del cibo e mangia fino a saziarsi mette in atto, in questo senso, un comportamento perfettamente adattativo: la fame è la stimolazione motivante, il cibo fa parte della situazione sensoriale, il mangiare è la risposta che soddisfa la motivazione iniziale.

La coscienza come funzione, non come oggetto

Anche la coscienza, in questa prospettiva, viene reinterpretata come una funzione adattativa, che compare soltanto quando il comportamento incontra un ostacolo rispetto alla sopravvivenza dell'organismo. Una volta svolto il proprio compito, essa tende a ritirarsi, lasciando il posto agli automatismi comportamentali. Si è, in altre parole, acutamente coscienti nel momento in cui si comincia a formare una nuova abitudine, che implica una relazione ancora instabile con l'ambiente circostante o con gli oggetti che esso contiene, mentre si diventa progressivamente meno coscienti man mano che quell'abitudine si consolida. Chi impara a suonare il pianoforte, per esempio, è all'inizio acutamente consapevole di ogni singolo movimento delle proprie dita, mentre smette di esserlo non appena si instaurano le opportune coordinazioni tra percezione e movimento.

Il fiume della coscienza

Proprio a partire da questa concezione dinamica, i funzionalisti mossero una critica severa all'introspezione praticata dagli strutturalisti, giudicata eccessivamente elementistica e incline a frammentare in unità separate ciò che, nell'esperienza reale, si presenta come un flusso continuo. Secondo una celebre immagine usata dallo stesso James, la coscienza assomiglia più a un fiume in perenne movimento che a una sequenza di stati distinti e separabili l'uno dall'altro.

Nuovi territori: emozione, motivazione, pensiero

Muovendo da queste premesse, i funzionalisti si dedicarono allo studio di processi mentali che il sistema titcheneriano non contemplava, come l'emozione, la motivazione e il pensiero. Dell'emozione sottolinearono soprattutto il carattere adattativo: quando, per esempio, l'organismo viene ostacolato nella propria libertà di movimento, può manifestarsi la collera, un'emozione che, mobilitando energia fisica (visibile nell'accelerazione del battito cardiaco e della respirazione), aiuta l'organismo a reagire con maggiore efficacia contro l'ostacolo. I funzionalisti non negarono, tuttavia, l'esistenza di emozioni per così dire gratuite, prive di una funzione diretta rispetto alla sopravvivenza, o perfino controproducenti rispetto a essa.

La motivazione venne invece intesa come qualunque stimolo relativamente persistente, come la fame, la sete, l'impulso sessuale o il dolore, capace di dominare il comportamento di un individuo finché quest'ultimo non trova un modo per soddisfarlo. Quanto al pensiero, concepito come un flusso continuo e non più come un mosaico di immagini mentali distinte, i funzionalisti ne misero in luce gli aspetti strumentali: un'idea o un ragionamento possono svolgere una funzione adattativa proprio come un'emozione o una motivazione. Il solo pensiero di un esame imminente, per esempio, può spingere una persona a prepararsi meglio, assolvendo così a una funzione simile a quella che avrebbe uno stimolo realmente presente nell'ambiente, come vedere un compagno di studi interrogato in quel momento.

L'apprendimento e la legge dell'effetto

L'oggetto più caratteristico della ricerca funzionalista, quello che per questa corrente ha lo stesso ruolo centrale che la sensazione aveva per gli strutturalisti, è tuttavia l'apprendimento: la funzione adattativa per eccellenza, che consiste nell'acquisizione, da parte dell'organismo animale o umano, di modalità di risposta appropriate a situazioni problematiche presenti nel proprio ambiente. Su questo terreno il funzionalismo raccolse l'eredità di Edward Thorndike, associazionista che fin dal 1898 aveva avviato la sperimentazione psicologica sull'apprendimento animale, e a cui si deve la celebre legge dell'effetto, formulata nel 1905. Secondo questa legge, ogni atto che in una determinata situazione produce soddisfazione tende ad associarsi a quella situazione, così che, quando essa si ripresenta, l'atto corrispondente ha maggiori probabilità di ripetersi rispetto al passato; al contrario, ogni atto che produce insoddisfazione tende a dissociarsi dalla situazione in cui è comparso, diventando progressivamente meno probabile.

Verso il comportamentismo

Proprio per l'enfasi posta sul concetto di apprendimento, il funzionalismo può essere considerato il precursore più diretto del comportamentismo. Non a caso, John Watson, l'iniziatore di questa corrente, si formò come allievo dei funzionalisti della Scuola di Chicago, portando alle estreme conseguenze alcune delle intuizioni maturate proprio in quell'ambiente.

Un'eredità che va oltre la psicologia sperimentale

Alla psicologia di oggi il funzionalismo ha lasciato in eredità, anzitutto, il termine stesso di "funzione", ancora oggi impiegato per indicare l'apprendimento, la memoria e molti altri processi mentali. Ma soprattutto gli si deve il concetto di adattamento dell'organismo all'ambiente, di chiara derivazione darwiniana, che l'attuale psicologia evoluzionistica ha in larga parte ripreso e sviluppato. I funzionalisti, inoltre, aprirono la psicologia allo studio delle differenze individuali, dello sviluppo infantile e del comportamento animale, e abituarono gli psicologi a guardare con minore diffidenza al campo delle applicazioni pratiche. Non va dimenticato, infine, che proprio a Chicago insegnò a lungo George Herbert Mead, uno dei padri della moderna psicologia sociale: influenzati dalla filosofia pragmatista, che identifica il vero con l'utile, i funzionalisti non pensavano a un'eventuale psicologia applicata come a qualcosa di derivato da una psicologia pura precedente, ma ritenevano che la ricerca psicologica, fin dal suo sorgere, dovesse caratterizzarsi in senso sociale, prestando attenzione fin dall'inizio a quelle differenze fra individui che tanto peso hanno nella vita quotidiana.

Bibliografia

Angell, J. R. (1907). The province of functional psychology. Psychological Review, 14(2), 61–91.

Darwin, C. (1871). The descent of man, and selection in relation to sex. John Murray.

Darwin, C. (1872). The expression of the emotions in man and animals. John Murray.

Dewey, J. (1916). Democracy and education: An introduction to the philosophy of education. Macmillan.

James, W. (1890). The principles of psychology. Henry Holt.

Thorndike, E. L. (1898). Animal intelligence: An experimental study of the associative processes in animals. Psychological Review, Monograph Supplements, 2(4), i–109.

Thorndike, E. L. (1905). The elements of psychology. A. G. Seiler.

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