Il Paradigma nella Storia della Scienza: Thomas Kuhn e la Psicologia

La questione dell'unità delle scienze ha attraversato l'intero Novecento, alimentando dibattiti accesi sulla natura stessa della conoscenza scientifica. Questa tensione si manifesta con particolare intensità nel campo della psicologia, dove la proliferazione di scuole, orientamenti teorici e metodologie diverse ha sollevato interrogativi profondi sulla legittimità epistemologica della disciplina. La pubblicazione nel 1962 de "La struttura delle rivoluzioni scientifiche" di Thomas Kuhn ha rappresentato uno spartiacque fondamentale, offrendo un nuovo linguaggio e nuovi strumenti concettuali per comprendere come la scienza si sviluppa e si trasforma nel tempo. Il concetto di paradigma, centrale nell'opera kuhniana, è stato rapidamente adottato dagli psicologi per interpretare la storia e lo statuto della propria disciplina, spesso però con esiti controversi che meritano un'analisi approfondita.

Francesco Gardona

12/7/20258 min leggere

A black and white photo of a bust of a man
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La riflessione sul concetto di paradigma e sulla sua applicabilità alla psicologia continua a essere rilevante per comprendere non solo la storia della disciplina, ma anche le sue prospettive future. In un'epoca caratterizzata da rapidi sviluppi nelle neuroscienze, dall'esplosione dei big data e dall'integrazione crescente tra approcci diversi, la questione dell'unità o della pluralità della psicologia si ripropone con rinnovata urgenza. Il contributo di Kuhn ci ricorda che lo sviluppo scientifico non è mai un processo puramente tecnico o oggettivo, ma è profondamente intrecciato con dimensioni sociali, culturali e anche personali che plasmano il modo in cui gli scienziati vedono il mondo e praticano la loro ricerca.

La visione rivoluzionaria di Kuhn

La concezione che Kuhn propone dello sviluppo scientifico rompe radicalmente con l'immagine rassicurante della scienza come accumulo progressivo e lineare di conoscenze. Secondo questa visione tradizionale, ogni generazione di scienziati aggiungerebbe nuovi mattoni all'edificio della conoscenza, costruendo su fondamenta sempre più solide. Kuhn sovverte questa narrativa pacificata, sostenendo che la storia della scienza è invece segnata da rivoluzioni, da rotture drammatiche in cui una concezione dominante viene abbattuta e sostituita da una nuova visione del mondo. Quando una nuova teoria trionfa, il passato non viene semplicemente integrato o reinterpretato, ma viene accantonato, relegato a un interesse puramente storico o antiquario.

Il cuore della riflessione kuhniana risiede nel concetto di paradigma, termine che ha conosciuto una fortuna straordinaria ben oltre i confini della filosofia della scienza. Un paradigma può essere definito come un quadro di riferimento complessivo, una teoria o un modello attraverso cui gli scienziati osservano, studiano e spiegano i fenomeni naturali. L'esempio più celebre è probabilmente il modello copernicano del sistema solare, con i pianeti che ruotano intorno al Sole, che ha sostituito il modello tolemaico geocentrico. Altri esempi paradigmatici includono la meccanica newtoniana o la teoria della relatività einsteiniana, ciascuna delle quali ha ridefinito profondamente il modo in cui gli scienziati comprendono lo spazio, il tempo e il movimento.

Tuttavia, il paradigma non svolge soltanto una funzione descrittiva ed esplicativa. Esso possiede anche un ruolo normativo e didattico fondamentale. I manuali su cui si formano i nuovi studenti presentano gli elementi essenziali del paradigma dominante insieme agli esempi canonici che lo illustrano. Questi esempi, che Kuhn chiama "esemplari", sono spesso rappresentati dalle osservazioni e dagli esperimenti che hanno dato origine alla formulazione del nuovo paradigma. Gli studenti imparano il mestiere dello scienziato attenendosi scrupolosamente al modello fornito dai manuali, e questa adesione non è una scelta libera ma una necessità se intendono intraprendere una carriera nella ricerca scientifica.

La scienza normale e le sue dinamiche

La teoria contenuta in un paradigma non presenta una struttura rigida e assiomatica. Non si tratta di un sistema chiuso di principi formalmente espressi, ma piuttosto di uno schema generale, flessibile, che orienta la ricerca nella fase che Kuhn definisce "scienza normale". In questa fase, caratterizzata dal consenso della comunità scientifica intorno a un paradigma condiviso, gli scienziati lavorano per estendere il modello ad aree e problematiche sempre nuove e diverse. È inevitabile che in questo processo il paradigma generi previsioni che non trovano sempre conferma nella ricerca empirica. Emergono anomalie, discordanze tra teoria e osservazione.

La caratteristica peculiare della scienza normale è il modo in cui queste discordanze vengono interpretate. Secondo Kuhn, nella fase normale gli scienziati non attribuiscono le anomalie a un'inadeguatezza della teoria dominante, ma piuttosto a carenze ed errori nell'osservazione e nella sperimentazione. La soluzione non consiste nel mettere in discussione il paradigma, ma nel progettare nuovi esperimenti, nel migliorare le procedure o nell'applicare tecnologie più sofisticate per rendere più efficace la verifica della teoria. Questa fiducia incrollabile nel paradigma crea una situazione di accordo e armonia nella comunità scientifica. Tutti concordano sui principi di base, nessuno disputa sui fondamenti teorici, mentre le discussioni si concentrano sui risultati dei nuovi esperimenti, sempre però all'interno di una cornice comune.

Questa descrizione della scienza normale permette a Kuhn di tracciare una distinzione cruciale. Se un'area scientifica è caratterizzata da dibattiti continui e lotte tra teorie e scuole diverse, se manca un paradigma unico accettato dalla comunità scientifica, allora ci si trova di fronte a una "scienza immatura", pre-paradigmatica, che non ha ancora raggiunto la fase di scienza normale. È proprio in questa categoria che Kuhn colloca le scienze sociali e, in particolare, la psicologia.

La fase rivoluzionaria e l'incommensurabilità

Nel processo di sviluppo della scienza può verificarsi una situazione critica in cui i fallimenti e le anomalie del paradigma superano i suoi successi. A questo punto non basta più perfezionare gli esperimenti o affinare le tecnologie. La proliferazione di esperimenti inadeguati alla soluzione dei problemi emergenti fa risaltare sempre più chiaramente la non validità del modello dominante. Si entra così nella fase della scienza rivoluzionaria, quando vengono proposti modelli alternativi che competono per sostituire il paradigma in crisi.

Come nelle rivoluzioni politiche i partiti lottano per affermare il proprio predominio, così in questa fase i sostenitori di diversi modelli cercano di imporli nella comunità scientifica. Kuhn introduce qui un aspetto particolarmente controverso della sua teoria: l'incommensurabilità dei paradigmi e del linguaggio in cui sono espressi. Durante la fase rivoluzionaria, gli scienziati che sostengono paradigmi diversi parlano letteralmente lingue diverse, non condividono una terminologia comune e neutra. Non riescono a intendersi tra loro, sembrano appartenere a mondi differenti senza possibilità di comunicazione autentica.

In questa situazione, la scelta tra paradigmi rivali non avviene attraverso una dimostrazione razionale definitiva, ma si gioca sul piano della persuasione. Entrano in campo fattori che la concezione tradizionale della scienza considerava estranei al metodo scientifico: il "gusto" personale dello scienziato, le preferenze estetiche, gli impegni ideologici, le dinamiche sociali della comunità di ricerca. Quando finalmente un paradigma si impone sugli altri, la fase rivoluzionaria termina e si entra nella fase della risoluzione. I conflitti cessano, la comunità accetta il nuovo paradigma e inizia una nuova fase di scienza normale.

Questo ruolo della persuasione e dell'irrazionalità nella scelta dei paradigmi rappresenta l'aspetto più discusso e criticato della concezione kuhniana. Particolarmente significativo è il fatto che questi elementi possano essere ancora più rilevanti nel caso della psicologia, dove la natura stessa dell'oggetto di studio e la molteplicità di approcci metodologici rendono particolarmente complessa la definizione di criteri oggettivi per la valutazione delle teorie.

La psicologia come scienza immatura

Kuhn riteneva che le scienze sociali, includendo esplicitamente la psicologia, si trovassero nella fase pre-paradigmatica, nello stadio della scienza immatura. I dibattiti circa il problema se la psicologia fosse o meno una scienza gli ricordavano le discussioni che erano avvenute in altri campi di ricerca, oggi considerati scienze normali guidate da paradigmi consolidati, ma un tempo caratterizzati dalla stessa incertezza epistemologica. Come egli stesso osservava, questi dibattiti spesso suscitano grandi energie e forti passioni, lasciando perplessi gli osservatori esterni che non riescono a comprenderne le ragioni profonde. Alcuni sostengono che la psicologia sia una scienza sulla base di determinate caratteristiche, altri obiettano che tali caratteristiche non sono né necessarie né sufficienti a conferire statuto scientifico a un campo di studio.

Nonostante questa valutazione critica, o forse proprio a causa di essa, il concetto di paradigma fu rapidamente adottato da psicologi e storici della psicologia per interpretare lo sviluppo della propria disciplina. Diversi elementi della teoria kuhniana risultavano particolarmente attraenti. In primo luogo, Kuhn aveva fatto riferimento alla teoria della Gestalt e alla psicologia della percezione, suggerendo che nei periodi di rivoluzione scientifica la percezione che lo scienziato ha del proprio ambiente deve venire rieducata. In situazioni familiari deve imparare a vedere una nuova Gestalt, e dopo questa trasformazione il mondo della sua ricerca gli sembrerà in varie parti incommensurabile con quello in cui aveva vissuto prima.

Altri motivi di interesse riguardavano l'attenzione di Kuhn per i fattori sociali nello sviluppo della scienza e la sua visione non rigida del concetto di modello scientifico. Questa flessibilità appariva particolarmente congeniale alle correnti psicologiche che stavano emergendo a metà degli anni Sessanta in opposizione al comportamentismo radicale e ai suoi modelli formalizzati del comportamento. Inoltre, l'impostazione anti-positivistica di Kuhn, con il suo rifiuto dell'idea della scienza come accumulo progressivo di conoscenze e come impresa puramente razionale non condizionata da fattori sociali e politici, trovava terreno fertile in una disciplina sempre più consapevole della propria complessità epistemologica.

Lungo questa prospettiva relativistica della scienza, oltre a Kuhn veniva spesso fatto riferimento alle opere di Polanyi "Personal Knowledge" e di Hanson "Patterns of Discovery", nelle quali era stata criticata una visione della scienza come progetto impersonale e oggettivo. Questi autori contribuivano a delineare un'immagine della pratica scientifica come attività profondamente umana, situata in contesti sociali e culturali specifici, lontana dall'ideale astratto di neutralità e oggettività assoluta.

Gli usi superficiali del concetto di paradigma

L'impiego delle tesi kuhniane in psicologia fu tuttavia sostanzialmente superficiale. Il concetto di paradigma risultò molto attraente e venne usato con disinvoltura per indicare una scuola o un orientamento teorico, come nelle espressioni "paradigma comportamentistico" o "paradigma psicoanalitico". Questa appropriazione terminologica avveniva però senza un reale approfondimento della problematica teorica sottostante. La compresenza di scuole diverse in psicologia poteva contraddire l'idea stessa di paradigma dominante in una fase normale della scienza, suggerendo che di fatto la disciplina si trovasse ancora in una fase pre-paradigmatica. Questa contraddizione veniva però raramente affrontata esplicitamente.

Le eccezioni alla superficialità nei riferimenti a Kuhn furono caratterizzate da due soluzioni opposte. Da una parte, alcuni studiosi accettarono pienamente la valutazione kuhniana e sostennero che la psicologia mancasse di un paradigma unitario, sia nel presente che nel passato, confermandone lo statuto di scienza immatura e pre-paradigmatica. Dall'altra parte, altri affermarono invece che era possibile individuare un paradigma dominante e che si erano verificati dei cambiamenti di paradigma intorno agli anni Cinquanta e Sessanta.

L'idea della psicologia come scienza pre-paradigmatica fu accettata da Robert I. Watson, uno dei promotori della ricerca storica in psicologia negli anni Sessanta e Settanta. In un articolo del 1967, Watson sostenne che la psicologia non aveva provato niente di comparabile a ciò che la teoria dell'atomo aveva fatto per la chimica, il principio dell'evoluzione organica per la biologia o le leggi del moto per la fisica. Il primo paradigma della psicologia, secondo Watson, non era stato ancora scoperto o non era stato riconosciuto per quello che era. Sebbene non si potesse escludere completamente la presenza di un paradigma non riconosciuto, sembrava plausibile accogliere l'assunto che la psicologia non avesse ancora avuto la sua rivoluzione paradigmatica. Il compito presente diventava quindi rispondere alla domanda: se alla psicologia manca un paradigma, che cosa serve al suo posto?

Il comportamentismo come paradigma

Altri studiosi della storia della psicologia affermarono al contrario che nella disciplina fosse emerso un paradigma dominante. La scuola che sosteneva tale paradigma sarebbe risultata vincente sulle altre, il cui destino era quello di scomparire gradualmente dalla scena della ricerca scientifica. Molti psicologi e storici sostennero che questo paradigma fosse stato espresso dal comportamentismo. Assumendo il comportamentismo come paradigma dominante della psicologia del Novecento, si ritenne poi che il cognitivismo rappresentasse il successivo paradigma, emerso da quella che venne chiamata la "rivoluzione cognitiva" degli anni Cinquanta e Sessanta.

Questa interpretazione, sebbene più sofisticata dell'uso meramente terminologico del concetto di paradigma, sollevava comunque problemi significativi. La coesistenza di diverse tradizioni teoriche durante il presunto predominio comportamentista, la persistenza della psicoanalisi come approccio alternativo influente, la presenza di tradizioni fenomenologiche ed esistenziali in Europa, tutto ciò rendeva difficile sostenere l'esistenza di un paradigma veramente unico e dominante nel senso kuhniano del termine. Inoltre, la transizione dal comportamentismo al cognitivismo non sembrava corrispondere pienamente al modello kuhniano di rivoluzione scientifica, caratterizzata da incommensurabilità e rottura radicale. Si trattava piuttosto di uno spostamento di enfasi, di un allargamento degli oggetti di studio considerati legittimi, più che di un'autentica rivoluzione nel senso drammatico delineato da Kuhn.

La questione rimane aperta e continua a stimolare riflessioni sulla natura epistemologica della psicologia. Forse la lezione più importante che si può trarre dall'applicazione del pensiero kuhniano alla psicologia non riguarda tanto la possibilità di identificare paradigmi specifici, quanto il riconoscimento della complessità costitutiva della disciplina. La psicologia si trova all'intersezione tra scienze naturali e scienze umane, tra spiegazione e comprensione, tra metodi quantitativi e approcci qualitativi. Questa posizione di confine può essere interpretata non come segno di immaturità, ma come caratteristica distintiva di una disciplina che deve necessariamente integrare prospettive diverse per rendere giustizia alla complessità del suo oggetto di studio: l'essere umano nella totalità delle sue manifestazioni cognitive, emotive e comportamentali.

Bibliografia

Hanson, N. R. (1958). Patterns of discovery: An inquiry into the conceptual foundations of science. Cambridge University Press.

Kuhn, T. S. (1962). The structure of scientific revolutions. University of Chicago Press. [Trad. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1969].

Kuhn, T. S. (1977). The essential tension: Selected studies in scientific tradition and change. University of Chicago Press.

Polanyi, M. (1958). Personal knowledge: Towards a post-critical philosophy. University of Chicago Press.

Watson, R. I. (1967). Psychology: A prescriptive science. American Psychologist, 22(6), 435-443. https://doi.org/10.1037/h0024650