La nascita e lo sviluppo della psicologia in Italia e a Padova
Per comprendere davvero lo stato attuale di una disciplina scientifica, spesso è necessario guardare indietro, alla sua storia, e non sempre quello che si scopre è lusinghiero. È il caso della psicologia in Italia, che nel corso del Novecento ha attraversato un lungo periodo di isolamento rispetto agli sviluppi che, nello stesso periodo, stavano trasformando la disciplina altrove, e in particolare negli Stati Uniti. Nonostante l'esistenza di alcune figure di spicco internazionale, prima fra tutte Vittorio Benussi (1878-1927), la psicologia italiana nel suo complesso rimase sostanzialmente estranea, fino a circa il 1950, ai dibattiti, alle ricerche e alle applicazioni che caratterizzavano la disciplina altrove. Solo in tempi più recenti questo ritardo è stato colmato, portando la psicologia italiana a occupare, sulla scena internazionale, una posizione non dissimile da quella di molti altri Paesi occidentali.
Francesco Gardona
8/9/20265 min leggere
Un milione di dati inutilizzabili
Un episodio è particolarmente indicativo di questa deriva. Negli anni immediatamente precedenti e successivi allo scoppio della Seconda guerra mondiale, l'Istituto di Psicologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche si dedicò freneticamente, in nome di presunti fini di interesse nazionale, alla raccolta di una mole impressionante di dati, attraverso gruppi di "psicologi" improvvisati, dotati di test approssimativi: secondo un'orgogliosa dichiarazione dell'epoca, si arrivò a raccogliere circa un milione di dati, relativi a un totale di ventimila soggetti esaminati. Dati che, non essendo inseriti in alcuno schema teorico interpretativo e privi di qualunque fondamento statistico, si rivelarono naturalmente inservibili per qualsiasi scopo concreto. A distanza di tanti decenni, questo epilogo dell'autolimitazione, se non della vera e propria auto-umiliazione, della psicologia italiana d'anteguerra alla sola sfera pratica offre più di uno spunto di riflessione.
Le radici di un errore
Con il crollo della filosofia positivista, avvenuto nei primi anni del Novecento, la psicologia italiana perse l'immagine di razionalità che, fin dalla seconda metà dell'Ottocento, era abituata a trovare già pronta in quella stessa filosofia, senza mai essersi presa la briga di costruirsene una propria e indipendente. Commise così un errore decisivo, ritenendo, o quantomeno temendo, che la sconfitta del positivismo coincidesse con una sconfitta definitiva delle stesse aspirazioni conoscitive della scienza psicologica. Non più abituata a contare sulle proprie forze, la psicologia italiana si mise allora alla ricerca di un'altra immagine esterna di razionalità, credendo di trovarla nelle applicazioni pratiche: una razionalità minore, puramente utilitaristica, ma ritenuta necessaria per la propria sopravvivenza.
Due conversioni, due strumentalizzazioni
Fu un percorso essenzialmente ideologico e apologetico, più che realmente conoscitivo, quello della psicologia italiana di quei decenni, con le dovute eccezioni individuali, fra cui spicca proprio quella di Benussi. Un percorso che si può riassumere efficacemente nel significato di due date, legate alle vicende biografiche di due dei suoi principali protagonisti. Nel 1870 Roberto Ardigò, convertitosi dal cattolicesimo all'ateismo, pubblicò La psicologia come scienza positiva, facendone il proprio cavallo di battaglia ideologico nella confutazione dello spiritualismo cattolico. Nel 1903 Agostino Gemelli, convertitosi in senso esattamente opposto, dall'ateismo al cattolicesimo, scelse a sua volta di utilizzare la psicologia come proprio cavallo di battaglia ideologico nella confutazione del materialismo ateo. È proprio nel peso sproporzionato di queste due conversioni antitetiche, ma convergenti nello strumentalizzare la psicologia mettendola al servizio di cause a essa esterne, che si possono individuare alcune fra le cause principali delle debolezze e dei ritardi che caratterizzarono settant'anni di psicologia italiana, dal 1870 al 1945.
Un'eccezione, non un caso isolato
In questo quadro complessivamente segnato da ritardi e fraintendimenti, l'esperienza di Vittorio Benussi a Padova, dove nel 1919 diede vita a un istituto e a un laboratorio di psicologia sperimentale di respiro autenticamente europeo, rappresenta un'eccezione preziosa: la testimonianza che, anche in un contesto sfavorevole, una ricerca psicologica rigorosa e sperimentalmente fondata fosse comunque possibile.
Bibliografia
Antonelli, M. (a cura di). (2006). Vittorio Benussi. Sperimentare l'inconscio. Scritti (1905-1927). Raffaello Cortina Editore.
Ardigò, R. (1870). La psicologia come scienza positiva. Viviano Guastalla.
Cimino, G., & Dazzi, N. (a cura di). (1998). La psicologia in Italia. I protagonisti e i problemi scientifici, filosofici e istituzionali (1870-1945) (Vol. 2). LED.
Roncato, S. (s.d.). Storia della psicologia [materiale didattico]. Dipartimento di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova.
Un ritardo rispetto al resto del mondo
Fra il 1910 e il 1920, la psicologia in altri Paesi si affrancò ormai completamente dalla filosofia, elaborando sistemi, soprattutto il comportamentismo e la psicologia della Gestalt, dotati tanto di basi teoriche quanto di solide fondamenta sperimentali, in un dialogo fecondo e continuo fra loro. In Italia, invece, gli psicologi continuarono a lungo a fare essenzialmente filosofia, interrogandosi su un problema che altrove era ormai stato superato nei fatti: quello della legittimazione epistemologica della psicologia stessa come disciplina autonoma. Le diverse concezioni italiane sulla natura della psicologia restarono quindi saldamente ancorate al terreno filosofico, e anche quando si contrapponevano fra loro, lo facevano utilizzando termini e argomenti squisitamente filosofici.
Sballottata fra filosofie e ideologie
Gestita in passato dal punto di vista filosofico e ideologico dal positivismo, e successivamente dalle correnti a esso contrapposte, la psicologia italiana sembrò condannata a un destino particolare: quello di essere continuamente rimbalzata da una filosofia all'altra, da un'ideologia all'altra, senza che le venisse mai concesso lo spazio necessario per costruire un proprio, autonomo impianto teorico e sperimentale.
Fraintendimenti illustri: Gemelli e De Sanctis
Rimasti ai margini del dibattito che animava le nuove Scuole psicologiche internazionali, i più autorevoli psicologi italiani dell'epoca finirono spesso per frainderlo sistematicamente, interpretandolo alla luce di criteri filosofici ormai superati. Agostino Gemelli (1878-1959), fondatore nel 1919 dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e del suo Istituto di Psicologia Sperimentale, credette per esempio di riconoscere nella psicologia della Gestalt una forma di pensiero metafisico. Sante De Sanctis (1862-1935), che diresse dal 1906 al 1931 l'Istituto di Psicologia della Facoltà di Medicina dell'Università di Roma, ritenne a sua volta che la stessa psicologia della Gestalt non contenesse nulla di realmente nuovo, limitandosi a ripetere le riflessioni di Aristotele sul concetto di totalità. Lo stesso Gemelli, in un ulteriore fraintendimento, equiparò il comportamentismo di orientamento watsoniano a una delle tante filosofie materialistiche allora in circolazione, senza coglierne il reale significato psicologico e metodologico.
Filosofia da un lato, tecnica dall'altro: un equivoco di fondo
Questo modo di procedere rivela un atteggiamento più generale, condiviso da Gemelli e da molti altri psicologi italiani del tempo: nelle nuove Scuole psicologiche essi distinguevano, in modo del tutto aprioristico, da un lato quelle che ritenevano essere le loro basi filosofiche, e dall'altro i loro aspetti tecnici e applicativi. Delle prime si sbarazzavano in blocco, mentre dei secondi trattenevano quanto ritenevano utile, in nome di un eclettismo che amavano presentare come illuminato, di derivazione aristotelico-tomistica, capace di cogliere "l'anima di verità" presente in ogni dottrina. Così facendo, però, questi studiosi non si accorgevano che le basi delle nuove Scuole psicologiche non erano affatto filosofiche nel senso tradizionale, cioè metafisico, del termine, ma teoretiche, nel senso ormai proprio delle scienze moderne, e in particolare della fisica teorica. In altre parole, dimostravano di non aver compreso la più grande novità epistemologica della psicologia internazionale dei primi decenni del Novecento: la comparsa, sul modello di ciò che era già avvenuto nelle scienze fisiche, di teorie della conoscenza del tutto estranee alle categorie filosofiche tradizionali.
L'arancia e la buccia: un'illusione pericolosa
Distinguendo nettamente fra tecniche e teorie, queste ultime bollate genericamente come "filosofie", i nostri psicologi ritenevano di poter utilizzare le prime indipendentemente dalle seconde, quasi fosse possibile gettare via la teoria come si getta via la buccia di un'arancia, conservandone soltanto la polpa. Dimostravano così di non comprendere un aspetto essenziale dei nuovi sistemi psicologici, comune del resto a tutti i sistemi scientifici moderni: il fatto che ogni loro parte rimandi a ogni altra parte, senza che esistano componenti "tecniche" realmente separabili dalle componenti teoriche.
Una psicologia autolimitata, e un'alleanza con l'idealismo
Questa impostazione, gravemente limitante per lo sviluppo scientifico della psicologia italiana, trovò un consenso significativo presso i filosofi idealisti dell'epoca. Questi ultimi, per quanto contrari a una psicologia, e più in generale a qualunque scienza, che aspirasse a essere realmente conoscitiva, erano invece disposti a tollerare una psicologia che si autolimitasse fin dal principio, riconoscendosi costituita soltanto da fatti e tecniche, priva di qualsiasi valore teoretico-conoscitivo autonomo. E i nostri psicologi, in generale, fecero ben poco per contraddire questa lettura svalutante proposta dai filosofi idealisti allora egemoni: trascurando la ricerca di base, si gettarono anima e corpo in una psicologia applicata priva di qualunque solido fondamento scientifico. Una psicologia applicata che si mise al servizio delle esigenze del regime fascista, per esempio nella veste di "psicologia della guerra" sul modello della psicologia tedesca irreggimentata dal nazismo, oppure al servizio della "psicologia cattolica militante" propugnata da Gemelli, nell'Italia segnata dal Concordato fra Stato e Chiesa.
