Psicologia della Gestalt: Il Tutto Prima delle Parti
Scopri la psicologia della Gestalt, un approccio che enfatizza l'importanza del tutto rispetto alle singole parti. Approfondisci le teorie delle percezioni e come influenzano il nostro modo di vedere il mondo.
Francesco Gardona
8/6/202612 min leggere
Il 1912: Wertheimer e il movimento phi
La vera e propria fondazione della psicologia della Gestalt risale al 1912, quando Max Wertheimer pubblicò in tedesco un articolo dal titolo Studi sperimentali sulla percezione visiva del movimento. La ricerca alla base dell'articolo era semplicissima: proiettando un fascio di luce attraverso due fessure, la prima verticale e la seconda inclinata di venti o trenta gradi rispetto alla prima, e regolando l'intervallo di tempo fra le due proiezioni su un valore ottimale, di circa sessanta millesimi di secondo, si percepisce un'unica linea luminosa che si muove da una posizione all'altra. Se fosse vero, come sosteneva la psicologia titcheneriana, che la percezione è sempre scomponibile in sensazioni elementari, come sarebbe possibile che la percezione di un movimento nascesse dalla semplice somma di due sensazioni di quiete? L'esperienza del movimento, visivamente reale in tutto e per tutto, non risulta infatti da alcuna analisi introspettiva capace di ridurla a due distinte sensazioni luminose isolate.
Wertheimer concluse che questo tipo di percezione, in precedenza noto con il nome fuorviante di "movimento apparente" e da lui ribattezzato "movimento phi", non è riducibile a componenti più semplici né spiegabile a partire dagli elementi che lo costituiscono, ma esiste come una Gestalt inscindibile. La storia successiva della psicologia della Gestalt può essere letta come la progressiva generalizzazione di questa scoperta, prima all'intero campo della percezione, poi, sempre per via sperimentale, a numerose altre funzioni psichiche dell'uomo e degli animali superiori.
Dalla Germania al Nord America
Nel 1921 i tre fondatori della disciplina, lo stesso Wertheimer (1880-1943), il cecoslovacco Kurt Koffka (1886-1941) e il tedesco Wolfgang Köhler (1887-1967), diedero vita alla rivista ufficiale del movimento gestaltista, la Psychologische Forschung, che ospitò numerosi e importanti contributi scientifici fino alla sua soppressione da parte del regime nazista nel 1938. Con quella data si chiuse il periodo d'oro della psicologia della Gestalt in Europa e si aprì il suo periodo nordamericano. In questa seconda fase i tre fondatori, e in particolare Köhler, si impegnarono a fondo contro la concezione comportamentistica allora dominante negli Stati Uniti, rimproverandole lo stesso elementismo e lo stesso associazionismo che in Europa avevano contestato allo strutturalismo introspezionistico.
Nonostante le iniziali difficoltà linguistiche, i fondatori del gestaltismo riuscirono a esercitare un'influenza non trascurabile sull'insieme della psicologia nordamericana, come dimostra, fra gli altri esempi, la teoria dell'apprendimento "molaristica", cioè anti-elementistica, elaborata dal comportamentista dissenziente Edward Chace Tolman. A sua volta, il gestaltismo venne influenzato dalla psicologia nordamericana, come emerge soprattutto dall'opera di un importante innovatore del movimento, Kurt Lewin (1890-1947), anch'egli emigrato dalla Germania nazista dopo essere stato collaboratore, a Berlino, dei tre fondatori.
Kurt Lewin: motivazione e psicologia sociale
Lewin aprì il gestaltismo allo studio della motivazione umana, un ambito ricco di implicazioni applicative, e fornì contributi rilevanti tanto alla psicologia sociale teorica quanto a quella applicata, organizzando fra l'altro un importante centro di ricerca sulla dinamica dei piccoli gruppi presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology. La sua teoria, nota come psicologia di campo ed elaborata in riferimento alla teoria fisica dei campi di Maxwell, postula che le attività psicologiche degli individui si svolgano all'interno di una sorta di campo psicologico, o spazio vitale, che comprende tutti gli eventi in grado di determinare il comportamento dell'individuo, siano essi passati, presenti o soltanto prefigurati come futuri. Lo spazio vitale è tanto più complesso e differenziato quanto più ricche sono le esperienze accumulate da un individuo nel corso della propria esistenza: quello di un bambino resta perciò poco differenziato, mentre quello di un adulto colto risulta assai più articolato. All'interno dello spazio vitale, il concetto di valenza esprime il valore positivo o negativo degli eventi che orientano il comportamento: positiva per gli eventi che attirano l'individuo o ne soddisfano i bisogni, negativa per quelli che lo minacciano o lo frustrano.
Per rappresentare in modo sintetico e rigoroso la presenza simultanea di più fattori di campo, spesso fra loro contrastanti, Lewin ricorse al linguaggio grafico della geometria topologica, che studia i rapporti qualitativi fra le diverse parti di uno spazio indipendentemente da qualsiasi valutazione di tipo metrico: qualunque situazione psicologica, per esempio l'attesa di una telefonata o il desiderio di fare una passeggiata, poteva così essere rappresentata graficamente come una regione topologica, e i rapporti fra due o più situazioni psicologiche come interazioni fra regioni diverse. Proprio per questo ampio ricorso alla rappresentazione grafica, capace di rendere la teoria al tempo stesso suggestiva e sorprendentemente intuitiva, la teoria lewiniana della motivazione è stata soprannominata "psicologia della lavagna". Lewin e i suoi allievi americani fornirono inoltre contributi importanti allo studio delle dinamiche interne ai piccoli gruppi, del rapporto fra clima di gruppo e stile di leadership, e dei conflitti dovuti all'appartenenza simultanea di uno stesso individuo a più gruppi. È rimasta celebre, in particolare, una ricerca del 1939, condotta in un clima internazionale segnato dalla contrapposizione fra il modello politico autoritario nazista e quello democratico statunitense, che confrontò gli effetti di una leadership autoritaria e di una leadership democratica sulla produttività e sul comportamento generale dei membri di due gruppi diversi: il risultato indicò, nel medio e lungo termine, una netta superiorità della leadership di tipo democratico.
I principi dell'organizzazione percettiva
Se un ambito resta, più di ogni altro, il terreno d'elezione della ricerca gestaltista, questo è senza dubbio la percezione, e in particolare la percezione visiva. Fu proprio Wertheimer a enunciare alcuni principi di organizzazione percettiva oggi presenti in qualunque manuale di psicologia generale. Il principio di prossimità stabilisce che le parti vicine fra loro, all'interno di un complesso visivo, tendono a essere percepite insieme. Il principio di somiglianza stabilisce che le parti simili tra loro tendono a essere collegate nella nostra percezione, come se formassero un gruppo a sé stante. Il principio di chiusura descrive la tendenza a colmare le lacune percettive e a completare le figure incomplete, tanto che un cerchio interrotto, se esposto brevemente alla vista, viene percepito come un cerchio perfetto. A questi si aggiunge, come già visto, il principio della pregnanza o della buona forma, che riassume in qualche modo tutti gli altri.
Innatismo o esperienza? Il caso dei ciechi operati
In relazione a questi principi, i gestaltisti sono stati talvolta accusati di innatismo, ossia di trascurare il ruolo dell'apprendimento e dell'esperienza passata nella costruzione della percezione. Essi si sono difesi sostenendo che, in molti casi, l'organizzazione percettiva non risulta affatto influenzata dai fattori ambientali chiamati in causa da questa critica. Un esempio particolarmente istruttivo riguarda le persone nate cieche che, in seguito a un intervento chirurgico, riacquistano la vista: pur essendo del tutto prive di un qualunque apprendimento visivo precedente, esse tendono a percepire immediatamente l'ambiente circostante nei termini differenziati di figura e sfondo, distinguendo nettamente i singoli oggetti visivi, ciascuno dei quali sembra imporre da sé la propria specifica esistenza fenomenica, senza che sia necessario alcun processo di apprendimento capace di discriminarli a partire da un ipotetico caos sensoriale iniziale.
Oltre la percezione: intelligenza, pensiero e memoria
Al di là della percezione, gli psicologi gestaltisti si dedicarono con risultati altrettanto rilevanti allo studio del comportamento, dell'intelligenza, della memoria, dell'espressività e della creatività artistica. Nell'ambito dell'intelligenza spiccano da un lato i contributi di Köhler sugli organismi superiori non umani, dall'altro quelli di Wertheimer e di Karl Duncker sul pensiero produttivo umano.
In una ricerca sperimentale condotta a Tenerife nel periodo fra le due guerre, e rimasta da allora un classico della storia della psicologia, Köhler studiò la capacità degli scimpanzé di risolvere problemi. Gli animali, chiusi in gabbie, avevano a disposizione bastoni e cassette di legno con cui potevano tentare di raggiungere banane collocate all'esterno. Secondo Köhler, gli scimpanzé sarebbero riusciti nell'impresa soltanto se fossero stati capaci di ristrutturare il proprio campo percettivo, e gli esperimenti gli diedero ragione: in uno dei casi più significativi, la banana si trovava fuori dalla portata diretta dell'animale, che disponeva però di alcuni pezzi di canna di bambù, ciascuno troppo corto per raggiungerla da solo. Per risolvere il problema era necessario congiungere due pezzi di canna, infilando l'estremità dell'uno in quella dell'altro, ottenendo così un bastone sufficientemente lungo: in altre parole, l'animale doveva percepire una relazione del tutto nuova fra i due oggetti. Fu proprio ciò che riuscì a fare Sultan, il più intelligente degli scimpanzé studiati da Köhler, nella cui mente sembrava prodursi qualcosa di molto simile alle intuizioni, o insight, che caratterizzano il comportamento intelligente umano: un'improvvisa ristrutturazione del campo percettivo, in cui due oggetti fino a quel momento distinti si unificano in una nuova Gestalt. La subitaneità di questo insight si contrappone nettamente alla gradualità dell'apprendimento per prove ed errori, difesa invece dalle teorie associazionistiche e comportamentistiche.
Le ricerche di Wertheimer e Duncker, condotte sul pensiero produttivo umano, portano a ritenere che il suo carattere distintivo consista in una tensione continua verso la comprensione della struttura di una determinata situazione, evitando i tentativi casuali e i processi mentali puramente abitudinari. Wertheimer stesso fornì esempi concreti particolarmente convincenti: interpretò alcune grandi scoperte scientifiche, come la legge di gravitazione formulata da Galileo, nel loro dinamismo logico interno, e raccolse testimonianze dirette di scienziati come Albert Einstein sui processi mentali che li avevano condotti alle proprie scoperte. Anche nei problemi matematici più elementari, sottoposti a bambini e adulti, emerge la stessa importanza decisiva dell'insight: chi deve calcolare la superficie di un triangolo rettangolo isoscele, conoscendo solo la lunghezza del lato di base, dopo vari tentativi infruttuosi può improvvisamente "vedere" il triangolo come la metà di un quadrato, e questa ristrutturazione della figura gli permette di risolvere il problema con un semplice calcolo.
Fra le ricerche gestaltiste sulla memoria sono rimaste classiche quelle condotte, fra gli altri, da Gustav Katona a partire dal 1940. Nella prospettiva gestaltista, la memorizzazione non si spiega attraverso legami associativi, ma, come già per la percezione, attraverso l'auto-organizzazione dell'insieme memorizzato, che tende sempre ad assumere la struttura più semplice, economica e omogenea possibile, in obbedienza agli stessi fattori unificanti già visti per la percezione. Questa organizzazione spontanea della memoria avviene talvolta a scapito della fedeltà agli eventi effettivamente accaduti: per un principio di semplificazione, per esempio, può capitare di ricordare come avvenuti nello stesso giorno, a distanza di molti anni, due eventi simili che in realtà si sono verificati in due giornate diverse. Oltre al loro interesse teorico, questi errori sistematici della memoria hanno importanti implicazioni applicative, per esempio nell'ambito della psicologia della testimonianza in sede giudiziaria.
Un'eredità che va oltre la psicologia
La psicologia della Gestalt ha esercitato un'influenza significativa anche su ambiti culturali estranei alla psicologia in senso stretto, come l'estetica e la teoria dell'arte, soprattutto attraverso l'opera di Rudolf Arnheim. E sebbene la sua distanza dal cognitivismo, oggi corrente dominante, resti profonda, è indubbio che gli studi gestaltisti sui processi mentali superiori abbiano aperto la strada al cognitivismo stesso assai più di quanto non abbia fatto, a suo tempo, il comportamentismo.
Bibliografia
Arnheim, R. (1954). Art and visual perception: A psychology of the creative eye. University of California Press.
Duncker, K. (1945). On problem solving. Psychological Monographs, 58(5, Whole No. 270).
Katona, G. (1940). Organizing and memorizing: Studies in the psychology of learning and teaching. Columbia University Press.
Koffka, K. (1935). Principles of Gestalt psychology. Harcourt, Brace.
Köhler, W. (1925). The mentality of apes (E. Winter, Trad.). Kegan Paul, Trench, Trubner & Co. (Opera originale pubblicata nel 1917)
Lewin, K., Lippitt, R., & White, R. K. (1939). Patterns of aggressive behavior in experimentally created social climates. Journal of Social Psychology, 10(2), 271–299.
von Ehrenfels, C. (1890). Über Gestaltqualitäten. Vierteljahrsschrift für wissenschaftliche Philosophie, 14, 249–292.
Wertheimer, M. (1912). Experimentelle Studien über das Sehen von Bewegung. Zeitschrift für Psychologie, 61, 161–265.
Wertheimer, M. (1945). Productive thinking. Harper.
Una Scuola europea, nata quasi insieme al comportamentismo
La psicologia della Gestalt nasce nel 1912, quasi in contemporanea con il comportamentismo statunitense, ma a differenza di quest'ultimo il suo luogo di nascita è l'Europa, più precisamente la Germania, ed è fortemente influenzata dal ricco patrimonio filosofico del continente. Ciò non le impedì di restare, fin dall'inizio, una corrente autenticamente scientifica: i suoi fondatori univano un notevole acume speculativo a una grande abilità nella sperimentazione di laboratorio. Emigrata negli Stati Uniti a partire dagli anni Venti, la psicologia della Gestalt vi si scontrò apertamente con l'elementismo e il meccanicismo del comportamentismo dominante, fornendo nel frattempo un contributo sperimentale fondamentale allo studio della percezione, della memoria e del pensiero, e aprendo così, più di ogni altra corrente, la strada al cognitivismo.
Questa Scuola ha avuto un peso particolare anche per la psicologia italiana, segnando profondamente la ricerca condotta nel passato presso le università di Trieste e di Padova, dove le sue linee fondamentali continuano a essere seguite ancora oggi da alcuni ricercatori.
Una parola difficile da tradurre
L'espressione tedesca originaria è Gestaltpsychologie, in cui "Gestalt" potrebbe essere tradotto in italiano con "forma", nel senso di struttura, organizzazione o configurazione. È tuttavia preferibile lasciare inalterato il termine tedesco, più ricco di sfumature rispetto ai suoi equivalenti nelle altre lingue, e parlare quindi di psicologia della Gestalt (con l'accento sulla "a") e di psicologi gestaltisti.
Contro i "mattoni e la calcina" della psicologia introspezionistica
Nella cultura tedesca dei primi del Novecento si sviluppò una forte reazione contro l'elementismo e l'associazionismo: termini come globalità, struttura e totalità cominciarono a comparire nelle opere di filosofi e scienziati, e anche numerosi psicologi presero a usarli, spesso però in modo vago e approssimativo, senza collegarli davvero alla realtà psicologica quotidiana né sottoporli a verifica sperimentale. Il merito degli psicologi della Gestalt fu proprio quello di dare corpo concreto a queste intuizioni ancora confuse. Non si limitarono a criticare, con una punta di ironia, la psicologia introspezionistica come una "psicologia dei mattoni e della calcina" (dove i mattoni erano gli elementi della coscienza e la calcina il meccanismo dell'associazione), ma riuscirono a dimostrare sperimentalmente la validità del criterio della totalità nello studio delle funzioni psichiche, tanto umane quanto animali.
Il metodo fenomenologico
Una delle caratteristiche più originali della psicologia della Gestalt fu l'adozione del metodo fenomenologico, ripreso dal filosofo tedesco Edmund Husserl (1859-1938) e adattato al contesto della ricerca sperimentale: un metodo che oggi torna a suscitare un interesse rinnovato all'interno della psicologia contemporanea. Il metodo fenomenologico consiste nella descrizione totalmente immediata dei dati dell'esperienza cosciente, così come essi si presentano a un osservatore privo di preconcetti: il dato immediato della coscienza, per esempio la percezione di un oggetto, non viene interpretato né scomposto in partenza, ma accolto acriticamente in tutta la sua tonalità esperienziale, per quanto inatteso, strano o apparentemente illogico possa presentarsi.
Un esempio aiuta a comprendere la portata di questo metodo, tutt'altro che banale. A quale condizione percepiamo visivamente il nero più profondo? Verrebbe naturale rispondere: in una camera completamente oscura, priva di ogni spiraglio di luce, dato che la luminosità percepita aumenta con l'illuminazione. Molte persone, effettuando davvero l'esperimento, dichiarano infatti di vedere il nero assoluto in una stanza del tutto buia. Se però si osserva la propria percezione senza alcun preconcetto, ci si accorge che nella camera oscura non si vede affatto il nero assoluto, bensì un grigio scuro: un nero davvero assoluto si ottiene non escludendo completamente la luce, ma esponendo una piccola zona debolmente illuminata della retina a un fortissimo contrasto con le zone circostanti. Chi, nella camera oscura, afferma di vedere il nero assoluto, tradisce senza saperlo la propria percezione effettiva: crede di vedere, e dice di vedere, qualcosa che di fatto non sta vedendo. Il metodo fenomenologico si risolve così in una non facile rieducazione dello psicologo alla realtà fenomenica delle proprie percezioni, visive come uditive o tattili.
Meccanicismo e dinamicismo
Strettamente legata al metodo fenomenologico è un'altra caratteristica fondamentale della psicologia gestaltista: la critica sistematica al meccanicismo, tipico tanto della psicologia introspezionistica quanto delle scienze naturali ottocentesche, sostituito dal principio del dinamicismo. Secondo la prospettiva meccanicistica, i processi naturali hanno bisogno, per potersi svolgere, di costrizioni rigide esterne a essi, un po' come una tubatura incanala e guida continuamente l'acqua che ne esce; è lo stesso schema con cui, fin dall'antichità, si è spiegato l'ordine osservato in natura, dalle sfere celesti aristoteliche fino al reticolo predeterminato delle conduzioni nervose.
La prospettiva dinamicistica propone invece un modello diverso: in natura esistono forze capaci di auto-organizzarsi seguendo principi dinamici interni, senza che siano necessarie costrizioni esterne visibili. Non si tratta di un'organizzazione casuale, ma di un'auto-organizzazione perfettamente deterministica, per quanto diversa da quella meccanica dell'acqua incanalata: si pensi al movimento dei pianeti, la cui orbita rigorosamente determinata dipende dall'invisibile campo gravitazionale che agisce fra il sole e i pianeti stessi. Le forze che si auto-organizzano tendono sempre ad assumere la struttura più equilibrata, omogenea e simmetrica possibile, secondo il principio del minimo dispendio: una bolla di sapone o una goccia d'olio immersa in un liquido con cui non si mescola tendono ad assumere una forma sferica perfetta, perché la sfera, a parità di volume, possiede la superficie più piccola ed è la forma più semplice e regolare. Tanto sul piano fisico quanto su quello psichico, per i gestaltisti non separati da alcuna vera discontinuità, la forma assunta è sempre la migliore possibile date le condizioni presenti: è questa la legge della "buona forma", o della pregnanza, formulata da Max Wertheimer.
I precursori di un'idea
Fra i precursori più generici della psicologia della Gestalt merita di essere ricordato anzitutto il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804), avversario dell'associazionismo empirista inglese e sostenitore dell'unità dell'atto percettivo. Accanto a lui vanno citati Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), con la sua teoria dei colori del 1810 e il suo naturalismo anti-meccanicistico; lo stesso Husserl; lo psicologo e filosofo austriaco Franz Brentano (1838-1917), contrario all'approccio elementistico di stampo wundtiano; e il fisico Ernst Mach (1838-1916), che già nel 1885 aveva introdotto il concetto di sensazioni di forma spaziale e temporale, indipendenti dagli elementi che le costituiscono: un cerchio, per esempio, può essere grande o piccolo, rosso o nero, mantenendo comunque intatta la propria qualità di circolarità.
Il precursore più diretto e specifico del gestaltismo resta però lo psicologo viennese Christian von Ehrenfels (1859-1932), che nel 1890 pubblicò un saggio interamente costruito attorno al concetto di "qualità-Gestalt". Von Ehrenfels osservò che una melodia è composta da suoni così come una figura è composta da linee e punti, eppure entrambe possiedono un'unità che va ben oltre la somma dei loro elementi costitutivi: sappiamo distinguere senza esitazioni i suoni che appartengono a una melodia da quelli che, pur intercalati fra i primi, le restano estranei. Per dimostrarlo, von Ehrenfels immaginò di far ascoltare un tema musicale a più persone, facendo sentire a ciascuna un solo suono della sequenza: nessuna delle percezioni individuali coglierebbe le qualità strutturali della melodia, che emergono soltanto quando l'intera serie è percepita da una sola persona. La stessa melodia, inoltre, resta riconoscibile anche se trasposta in un'altra tonalità o eseguita con uno strumento diverso, pur essendo cambiati tutti i singoli suoni che la compongono; se invece si altera anche una sola nota, si percepisce immediatamente una melodia diversa. Le Gestalten, concluse von Ehrenfels, mantengono la propria identità anche quando gli elementi che le compongono vengono sostituiti uno a uno, e possiedono proprietà che non derivano affatto dalla semplice somma delle proprietà dei loro elementi.
