La psicologia umanistica: la "terza forza" e la dignità della persona
Per gran parte della prima metà del Novecento, chi voleva studiare la mente umana si trovava sostanzialmente di fronte a due grandi alternative: scavare nelle profondità inconsce della psiche, seguendo la strada tracciata dalla psicoanalisi, oppure limitarsi a osservare il comportamento osservabile dall'esterno, secondo l'impostazione del comportamentismo. A partire dagli anni Sessanta, un gruppo di psicologi nordamericani cominciò a chiedersi se non mancasse, in questo quadro, qualcosa di essenziale: la persona stessa, colta nella sua esperienza soggettiva, nelle sue scelte, nella sua aspirazione a crescere e a realizzarsi. Nacque così la psicologia umanistica, una prospettiva che avrebbe finito per lasciare un segno duraturo tanto nella teoria psicologica quanto, soprattutto, nella pratica della psicoterapia.
Francesco Gardona
8/9/20263 min leggere
La dignità della persona
Il quarto e ultimo principio attribuisce un valore assoluto alla dignità della persona, partendo dal presupposto che gli esseri umani siano, alla radice, fondamentalmente buoni. L'obiettivo della psicologia, in questa prospettiva, dovrebbe essere quello di comprendere le persone, non di prevederne o controllarne il comportamento. Perfino il semplice fatto di chiamare "soggetti" le persone coinvolte in una ricerca viene considerato, dagli psicologi umanistici, un modo sottile per intaccarne la dignità: un individuo dovrebbe essere trattato non come materiale di indagine, ma come partner a pieno titolo nella comune ricerca di comprensione della personalità umana.
Carl Rogers e la tendenza attualizzante
Fra i principali esponenti di questo movimento, un posto di primo piano spetta a Carl Rogers, secondo cui il modo migliore per comprendere il comportamento di una persona consiste nel partire dalla sua stessa struttura di riferimento interna, cioè dal modo in cui quella persona vede sé stessa, gli altri e il mondo che la circonda. Alla base di questa visione sta l'idea che ogni organismo possieda un'unica, fondamentale tendenza: quella ad attualizzare, mantenere e potenziare il proprio campo di esperienza, sviluppando nel modo più pieno possibile le capacità e le potenzialità che gli sono proprie. È quella che Rogers avrebbe chiamato, nella sua opera successiva, la "tendenza attualizzante": un concetto destinato a diventare uno dei cardini teorici non soltanto della psicologia umanistica, ma dell'intera terapia centrata sulla persona da lui fondata.
Una prospettiva ancora influente
Sebbene la psicologia umanistica non abbia mai raggiunto, in termini di rigore metodologico, la solidità sperimentale rivendicata dal comportamentismo o, più tardi, dal cognitivismo, la sua eredità resta ben visibile ancora oggi, soprattutto nell'ambito della psicoterapia e della relazione d'aiuto, dove l'attenzione all'esperienza soggettiva della persona e al valore della relazione fra terapeuta e paziente continuano a rappresentare un riferimento imprescindibile.
Bibliografia
Atkinson, R. L., Atkinson, R. C., Smith, E. E., Bem, D. J., & Nolen-Hoeksema, S. (2000). Hilgard's introduction to psychology (13a ed.). Harcourt College Publishers.
Bugental, J. F. T. (1964). The third force in psychology. Journal of Humanistic Psychology, 4(1), 19–25.
Maslow, A. H. (1962). Toward a psychology of being. Van Nostrand.
Rogers, C. R. (1951). Client-centered therapy: Its current practice, implications, and theory. Houghton Mifflin.
Una "terza forza" fra psicoanalisi e comportamentismo
Nel 1962 un gruppo di psicologi nordamericani fondò l'Associazione di Psicologia Umanistica, presentando questa nuova prospettiva come una vera e propria "terza forza", capace di affiancarsi alla psicoanalisi e al comportamentismo con un proprio, distinto insieme di presupposti e di interessi. Per definire con chiarezza il proprio ambito e i propri obiettivi, l'Associazione elaborò quattro principi fondamentali, destinati a diventare il manifesto teorico dell'intero movimento.
L'esperienza soggettiva come punto di partenza
Il primo principio pone l'esperienza della persona al centro dell'interesse psicologico. Gli esseri umani, per gli psicologi umanistici, non possono essere trattati semplicemente come oggetti di studio: vanno descritti e compresi a partire dalla loro visione soggettiva del mondo, dalla percezione che hanno di sé stessi e dal senso di competenza che provano nell'affrontare la propria esistenza. Il problema centrale che ogni persona si trova prima o poi a dover affrontare, in questa prospettiva, è la domanda "Chi sono?"; per comprendere come un individuo cerchi di rispondervi, lo psicologo non può limitarsi a osservarlo dall'esterno, ma deve diventare in un certo senso un compagno di ricerca, un partner nella comune ricerca di significato esistenziale.
Crescita, scelta e autorealizzazione
Il secondo principio individua nella scelta umana, nella creatività e nell'autorealizzazione i temi privilegiati di questa nuova psicologia. Gli psicologi umanistici presero le distanze tanto dalla psicoanalisi quanto dal comportamentismo, sebbene per ragioni diverse. Della psicoanalisi contestavano il fatto di fondarsi prevalentemente sull'osservazione di personalità sofferenti o disturbate, con il rischio di costruire, a partire da una visione già di per sé problematica dell'essere umano, una teoria altrettanto problematica. Del comportamentismo criticavano invece l'assenza di qualsiasi riferimento alla coscienza, e il fatto di derivare buona parte dei propri principi dallo studio di organismi molto più semplici di quello umano. Per gli psicologi umanistici, le persone non sono mosse semplicemente da impulsi primari come la sessualità o l'aggressività, né soltanto da bisogni fisiologici come la fame o la sete, ma hanno bisogno, altrettanto profondamente, di sviluppare le proprie potenzialità e capacità. Crescita e autorealizzazione, non il semplice controllo degli impulsi o l'adattamento passivo all'ambiente, dovrebbero perciò costituire i veri principi fondativi della salute psicologica.
Il significato prima del metodo
Il terzo principio riguarda il modo stesso in cui la ricerca psicologica dovrebbe essere condotta: nella scelta dei problemi da indagare, sostenevano gli psicologi umanistici, conta più il loro significato che non la loro obiettività o misurabilità. Troppo spesso, a loro avviso, la ricerca psicologica finisce per essere guidata dai metodi già disponibili, piuttosto che dall'effettiva importanza delle questioni in gioco. Meglio, sostenevano, occuparsi di problemi umani e sociali realmente rilevanti, anche a costo di dover adottare metodi meno rigorosi di quelli tradizionalmente richiesti dalla scienza sperimentale. Questo non significa rinunciare del tutto all'obiettività nella raccolta e nell'interpretazione dei dati, ma riconoscere apertamente che la scelta stessa degli argomenti di ricerca riflette sempre un insieme di valori: valori che lo psicologo, secondo questa prospettiva, non deve né nascondere né tantomeno scusarsi di avere.
