L'associazionismo: come le sensazioni costruiscono la mente
Perché due idee, apparentemente estranee l'una all'altra, si presentano spesso insieme alla mente? Perché il profumo di un dolce può riportare alla memoria un pomeriggio d'infanzia, o una melodia può richiamare il ricordo di una persona? A queste domande la psicologia ha dato una prima risposta sistematica molto prima di diventare una disciplina sperimentale autonoma, attraverso una corrente di pensiero nota come associazionismo. Più che una vera e propria Scuola organizzata attorno a un metodo condiviso, l'associazionismo fu un modo di intendere la vita mentale che affondava le sue radici nella filosofia empirista inglese del Seicento e del Settecento, in particolare nelle opere di John Locke e David Hume, per poi trovare una sistematizzazione più rigorosa nel pensiero di James Mill. Questa impostazione condizionò profondamente la psicologia dei suoi primi decenni di vita, e il concetto di "associazione" da cui prende il nome resta tuttora uno dei mattoni concettuali della psicologia contemporanea, dalle teorie dell'apprendimento alla ricerca sulla memoria.
Francesco Gardona
8/5/20265 min leggere
Le radici filosofiche: dall'empirismo inglese a James Mill
L'idea centrale dell'associazionismo nasce da una domanda tipicamente filosofica, prima ancora che psicologica: da dove viene la conoscenza? Gli empiristi inglesi risposero che essa deriva interamente dall'esperienza sensoriale, respingendo l'ipotesi di idee innate. Locke e Hume, pur con sfumature diverse, condivisero questa impostazione, ponendo le basi per un'idea destinata a diventare centrale: se la conoscenza nasce dall'esperienza, allora anche la vita mentale nel suo complesso deve potersi spiegare a partire dagli elementi più semplici che la esperienza fornisce. Fu però James Mill, nella prima metà dell'Ottocento, a tradurre questa intuizione filosofica in una teoria più sistematica e per certi versi meccanicistica del funzionamento mentale, ponendo le condizioni per il passaggio da una riflessione filosofica sulla conoscenza a una teoria psicologica dei processi mentali.
Sensazioni, idee e il principio di associazione
Secondo la prospettiva associazionistica, la vita mentale nasce esclusivamente dalle sensazioni elementari, i mattoni più semplici e irriducibili dell'esperienza psichica. Queste sensazioni si combinano fra loro dando origine a sensazioni più complesse, così come alle idee e agli stati affettivi. Il principio che regola questo continuo combinarsi è l'associazione, intesa soprattutto come contiguità temporale: due sensazioni che si presentano a breve distanza l'una dall'altra tendono a legarsi, formando un'unità psichica più articolata. Questa unità, tuttavia, resta in linea di principio scindibile nelle sue componenti più semplici, secondo quello che viene chiamato il principio dell'elementismo: per quanto complessa possa apparire in superficie, ogni esperienza mentale può essere in teoria scomposta negli elementi sensoriali che l'hanno generata, un po' come una parola può essere scomposta nelle singole lettere che la compongono, pur continuando a esistere come unità di senso superiore quando le lettere si combinano.
Un'eredità ambigua: l'associazionismo e il comportamentismo
Questa impostazione ebbe un'influenza duratura sulla psicologia successiva, e in particolare sul comportamentismo, che ereditò dall'associazionismo l'idea stessa di associazione come meccanismo esplicativo fondamentale del comportamento. Il comportamentismo, però, non accolse questa eredità senza modifiche: rifiutò infatti il "soggettivismo" tipico dell'associazionismo, ossia il suo fare riferimento al concetto di sensazione come evento psichico cosciente, cioè come qualcosa che il soggetto sperimenta interiormente. Dove l'associazionismo classico parlava di sensazioni ed eventi mentali vissuti in prima persona, il comportamentismo avrebbe preferito restare ancorato a ciò che è osservabile dall'esterno: stimoli e risposte, non contenuti di coscienza.
Ebbinghaus e la sfida di studiare la memoria
È proprio nel quadro concettuale offerto dall'associazionismo che maturarono le ricerche pionieristiche di Hermann Ebbinghaus (1850-1909) sulla memoria, un lavoro che rappresenta il primo tentativo riuscito di studiare sperimentalmente un processo mentale superiore. Per comprendere la portata di questo risultato occorre ricordare il contesto in cui esso si inserisce: Wilhelm Wundt, il fondatore della psicologia sperimentale, aveva infatti circoscritto lo studio sperimentale ai soli processi sensoriali, ritenendo che i processi mentali superiori, come la memoria o il pensiero, dovessero essere affidati a una psicologia non sperimentale, di taglio più storico-culturale. Ebbinghaus dimostrò che questa limitazione non era necessaria, aprendo così la strada allo studio empirico di funzioni cognitive che fino a quel momento sembravano sfuggire al rigore del laboratorio.
Come ha osservato lo studioso Sergio Roncato, la metodologia messa a punto da Ebbinghaus rispondeva a due esigenze fondamentali, tipiche di ogni impianto sperimentale rigoroso: da un lato la necessità di osservare e misurare con precisione le variabili dipendenti e indipendenti, dall'altro quella di mantenere costanti tutte le altre condizioni che avrebbero potuto interferire con i risultati.
Il metodo delle sillabe senza senso
Per raggiungere questo obiettivo, Ebbinghaus scelse un materiale del tutto particolare: sillabe prive di significato, costruite semplicemente accostando una vocale a due consonanti scelte in modo casuale. Si trattava di un materiale volutamente semplice e omogeneo, che permetteva di neutralizzare l'effetto dell'interesse personale e del significato, variabili che avrebbero inevitabilmente influenzato i risultati se si fosse scelto, per esempio, di far memorizzare brani di prosa.
La procedura sperimentale
Il processo di memorizzazione seguiva una procedura molto precisa. La serie di sillabe veniva letta per intero, dall'inizio alla fine, e in un qualsiasi momento successivo Ebbinghaus, che ricopriva contemporaneamente il ruolo di sperimentatore e di soggetto sperimentale, si sottoponeva a un test di memoria. Una regola era considerata particolarmente importante: se durante la riproduzione della serie si presentava un'esitazione, non ci si fermava a correggerla, ma si proseguiva la lettura fino alla fine dell'intera serie prima di ricominciare da capo. Anche il ritmo era rigorosamente controllato: la lettura e la recitazione avvenivano a una velocità costante di centocinquanta sillabe al minuto. Dopo aver appreso una serie, seguiva una pausa di quindici secondi, durante la quale venivano annotati e tabulati i risultati. Anche le condizioni generali di apprendimento erano mantenute quanto più possibile omogenee, sia per quanto riguardava il momento della giornata in cui si svolgevano le prove, sia per l'attività che le precedeva immediatamente.
I risultati: lunghezza delle liste e numero di ripetizioni
I risultati ottenuti mostrarono, prima di tutto, un dato per certi versi prevedibile: l'apprendimento risultava più facile e più rapido quanto più breve era la lista da memorizzare. Ciò che invece attirò particolarmente l'interesse di Ebbinghaus fu la relazione tra la lunghezza della lista e il numero di ripetizioni necessarie per apprenderla: raddoppiando la lunghezza della lista, il numero di ripetizioni richieste non si limitava a raddoppiare, ma cresceva in misura più che proporzionale. Emerse inoltre un secondo dato interessante: al crescere del numero di ripetizioni, le serie venivano impresse nella memoria in modo sempre più stabile e duraturo. Ebbinghaus approfondì ulteriormente questo aspetto con altri esperimenti basati sull'apprendimento ripetuto, nei quali le ripetizioni, anziché essere concentrate in un'unica sessione, venivano distribuite su giorni differenti, anticipando così osservazioni che la ricerca successiva avrebbe sviluppato in modo sistematico sotto il nome di effetto della distribuzione delle ripetizioni nel tempo.
Un'eredità che dura ancora oggi
Il lavoro di Ebbinghaus mostra bene perché l'associazionismo, pur non essendo mai stato una Scuola nel senso pieno del termine, abbia lasciato un'impronta così profonda nella storia della psicologia. Il principio secondo cui elementi semplici, combinandosi secondo regole precise, danno origine a fenomeni mentali complessi continua infatti a essere una chiave di lettura utile ancora oggi, tanto nello studio dell'apprendimento quanto in quello della memoria, ricordando come alcune delle intuizioni più feconde della psicologia contemporanea affondino le proprie radici in una riflessione filosofica nata secoli prima che questa disciplina trovasse una propria autonomia scientifica.
Bibliografia
Ebbinghaus, H. (1885). Über das Gedächtnis: Untersuchungen zur experimentellen Psychologie. Duncker & Humblot.
Ebbinghaus, H. (1913). Memory: A contribution to experimental psychology (H. A. Ruger & C. E. Bussenius, Trad.). Teachers College, Columbia University. (Opera originale pubblicata nel 1885)
Hume, D. (2000). A treatise of human nature (D. F. Norton & M. J. Norton, Ed.). Oxford University Press. (Opera originale pubblicata nel 1739-1740)
Locke, J. (1975). An essay concerning human understanding (P. H. Nidditch, Ed.). Oxford University Press. (Opera originale pubblicata nel 1690)
Mill, J. (1829). Analysis of the phenomena of the human mind. Baldwin and Cradock.
Roncato, S. (s.d.). Storia della psicologia [materiale didattico]. Dipartimento di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova. Nota: verificare edizione e anno esatti sulla base del testo originale in proprio possesso.
