Le neuroscienze: quando il cervello mette alla prova i modelli della mente
Che cosa succede nel cervello di una persona quando legge una parola, o quando si accorge che una frase non ha senso? Per rispondere a domande come questa, la psicologia ha imparato progressivamente a rivolgersi non soltanto all'osservazione del comportamento, ma anche allo studio diretto del cervello e delle sue attività. È qui che entrano in gioco le neuroscienze, un campo che negli ultimi decenni ha assunto un'importanza crescente, arrivando a dialogare in modo sempre più stretto con la psicologia cognitiva.
Francesco Gardona
8/7/20263 min leggere
Le due vie della lettura
Esiste poi un altro tipo di paziente, altrettanto istruttivo: quello incapace di leggere sequenze di lettere che non corrispondono a parole reali della lingua, le cosiddette non-parole (in italiano, sequenze come "bane" o "lolpo", che qualunque lettore competente sa comunque pronunciare correttamente), oppure incapace di leggere correttamente le parole con pronuncia irregolare. Un dato di questo tipo suggerisce l'esistenza di due percorsi mentali distinti nella lettura: uno lessicale, che passa attraverso il riconoscimento diretto della parola già nota, e uno non lessicale, che invece converte progressivamente le lettere nei suoni corrispondenti, ed è proprio questo secondo percorso a permetterci di leggere correttamente anche sequenze mai viste prima.
Un dialogo che va in entrambe le direzioni
Dati neuropsicologici di questo genere hanno più volte costretto gli psicolinguisti a rivedere e affinare i propri modelli sul riconoscimento delle parole e, più in generale, sul linguaggio. Ma il rapporto fra dati clinici e modelli teorici funziona anche nella direzione opposta: una volta messi a punto, questi stessi modelli hanno permesso ai neuropsicologi di descrivere, e in alcuni casi persino di diagnosticare con notevole precisione, il tipo specifico di disturbo presentato da un determinato paziente.
Guardare dentro il cervello in tempo reale
I contributi delle moderne neuroscienze a questo genere di problemi risultano oggi sempre più significativi. Le tecniche di visualizzazione dei processi cerebrali, che si perfezionano e si arricchiscono di nuove procedure con una rapidità sorprendente, permettono di ottenere dati estremamente ricchi e precisi sui processi cerebrali associati a specifici processi cognitivi, incluso il loro preciso andamento temporale.
I potenziali evocati: il tempo esatto di un pensiero
Un esempio particolarmente significativo riguarda l'analisi dei cosiddetti potenziali evocati, componenti specifiche dei tracciati elettroencefalografici che permettono di individuare con precisione il momento esatto in cui il cervello reagisce a un determinato evento. Grazie a questa tecnica, per esempio, i ricercatori sono riusciti a stabilire con notevole precisione temporale il preciso istante in cui il cervello si accorge che, all'interno di una frase, è stata presentata una parola semanticamente incongrua o ambigua rispetto al contesto: una scoperta che ha aperto la strada a un intero filone di ricerca sulla comprensione del linguaggio in tempo reale, e che testimonia bene quanto le neuroscienze siano ormai diventate un interlocutore imprescindibile per la psicologia cognitiva contemporanea.
Bibliografia
Coltheart, M., Patterson, K., & Marshall, J. C. (Eds.). (1980). Deep dyslexia. Routledge & Kegan Paul.
Coltheart, M., Rastle, K., Perry, C., Langdon, R., & Ziegler, J. (2001). DRC: A dual route cascaded model of visual word recognition and reading aloud. Psychological Review, 108(1), 204–256.
Flores d'Arcais, G. B. (1997). Linguaggio. In P. Legrenzi (a cura di), Manuale di psicologia generale (2a ed., pp. 339–391). Il Mulino.
Kutas, M., & Hillyard, S. A. (1980). Reading senseless sentences: Brain potentials reflect semantic incongruity. Science, 207(4427), 203–205.
Dalla psicologia fisiologica alle neuroscienze
Accanto alla tradizionale psicologia fisiologica, che si occupa delle modificazioni anatomiche e funzionali determinate da variabili psicologiche, hanno oggi acquisito un peso crescente le neuroscienze nel loro complesso. Fra queste, un ruolo particolare spetta alla neuropsicologia, la disciplina che studia più specificamente i rapporti fra i processi cognitivi, come l'apprendimento, la memoria, il linguaggio o l'attenzione, e le strutture e funzioni corticali del cervello.
Un dialogo a due vie fra dati e modelli
Come ha osservato lo psicolinguista Giovanni Battista Flores d'Arcais, i dati che provengono dall'analisi dei pazienti neurologici offrono alla psicologia uno strumento prezioso: quello di poter validare, oppure mettere in discussione e modificare, i modelli teorici elaborati per spiegare il funzionamento della mente. Il caso della lettura, e in particolare dei disturbi che possono colpirla in seguito a una lesione cerebrale, offre alcuni degli esempi più chiari ed eleganti di questo tipo di dialogo fra clinica e teoria.
Il caso della dislessia profonda
Si pensi a un paziente dislessico a cui viene mostrata la parola "tavolo": in alcuni casi, sorprendentemente, il paziente legge ad alta voce non "tavolo", ma "sedia". Questo fenomeno, noto come dislessia profonda, non è affatto casuale, e la sua spiegazione ha richiesto un'importante integrazione dei modelli sul riconoscimento delle parole: bisogna infatti ammettere che l'attivazione di una parola all'interno del cosiddetto lessico mentale, il magazzino delle parole che ciascuno di noi conserva nella memoria, possa diffondersi anche ad altre parole semanticamente vicine a quella effettivamente presentata. In altre parole, vedere scritto "tavolo" attiva non soltanto il significato specifico di quella parola, ma anche, in misura minore, quello di parole semanticamente imparentate, come per l'appunto "sedia"; in condizioni normali questa attivazione secondaria resta sullo sfondo, ma in alcuni pazienti dislessici può emergere fino a sostituirsi alla parola corretta.
Parole piene e parole vuote
Un'altra dissociazione interessante, osservata in altri pazienti, riguarda la differenza fra le cosiddette parole piene, come i sostantivi e gli aggettivi, e le parole grammaticali o funzionali, come gli articoli e gli avverbi. Alcuni pazienti risultano infatti incapaci di leggere correttamente queste ultime, pur continuando a leggere senza difficoltà sostantivi e aggettivi: un dato che suggerisce come il cervello tratti in modo almeno in parte distinto queste due grandi categorie di parole.
