Le Radici Culturali della Psicologia: Europa e Nord America a Confronto
La psicologia, come disciplina scientifica moderna, non è nata nel vuoto ma si è sviluppata all'interno di tradizioni culturali profondamente diverse tra loro. Comprendere le differenze tra il pensiero europeo e quello nordamericano significa illuminare le ragioni per cui la psicologia ha assunto forme, metodologie e orientamenti spesso radicalmente diversi sui due lati dell'Atlantico. Queste differenze non sono superficiali o contingenti, ma affondano le radici in tradizioni filosofiche millenarie che hanno plasmato il modo stesso di concepire la conoscenza, la scienza e il rapporto tra teoria e pratica. Un viaggio attraverso queste tradizioni culturali permette di comprendere non solo la storia della psicologia, ma anche le tensioni e i dibattiti che ancora oggi attraversano la disciplina, rendendo evidente come le scelte metodologiche e teoriche non siano mai puramente tecniche, ma portino sempre con sé un'eredità culturale complessa e stratificata.
Francesco Gardona
12/8/20258 min leggere
La consapevolezza di queste radici culturali profonde permette di superare una visione ingenua della psicologia come disciplina universale e neutrale, riconoscendo invece come ogni approccio teorico e metodologico porti con sé un'eredità filosofica e culturale specifica. Questa consapevolezza non conduce necessariamente al relativismo, ma può favorire un dialogo più ricco e produttivo tra tradizioni diverse, permettendo a ciascuna di arricchirsi attraverso il confronto con prospettive alternative. In un'epoca di crescente interconnessione globale, la capacità di comprendere e apprezzare le differenze culturali che sottendono gli approcci scientifici diventa una competenza sempre più preziosa per lo sviluppo futuro della psicologia come scienza veramente internazionale.
Le radici greche del pensiero europeo
Il pensiero europeo affonda le proprie radici nell'antichità greca, dove si delinearono due grandi paradigmi destinati ad attraversare l'intera storia occidentale: l'aristotelismo e il platonismo. Queste due correnti non rappresentano semplicemente due filosofie tra le tante, ma incarnano due modalità fondamentali e alternative di porsi nei confronti del mondo e della conoscenza. L'aristotelismo incarna il primato della ragione, una fiducia incrollabile nella capacità razionale umana di comprendere la realtà attraverso l'osservazione sistematica e il ragionamento logico. Il platonismo, al contrario, esprime il primato dell'intuizione, una relativizzazione della ragione e un riferimento costante a una dimensione ultramondana e misteriosa che trascende l'esperienza sensibile.
L'antichità fu percorsa dallo scontro tra queste due forme primordiali di approccio alla conoscenza. La battaglia finale si svolse nel medioevo cristiano, prevalentemente in ambito teologico e soprattutto in Italia, e vide la vittoria dell'aristotelismo razionalistico. Questa vittoria non fu un evento marginale nella storia del pensiero, ma costituì la condizione necessaria per lo sviluppo di quella che oggi chiamiamo scienza. Se avesse prevalso il platonismo, con il suo orientamento verso il mistico e l'intuitivo, la tradizione scientifica occidentale avrebbe probabilmente preso una direzione completamente diversa, e noi stessi saremmo profondamente diversi da ciò che siamo.
Naturalmente, l'aristotelismo che prevalse era evoluto rispetto a quello originario. Il razionalismo di Galileo, fondato sulla matematica e sul metodo sperimentale, differisce profondamente da quello di Aristotele, basato sulla metafisica. Tuttavia, Aristotele e Galileo sono accomunati dalla loro distanza dalla visione platonica del mondo. Con l'opera monumentale "Summa theologica" di Tommaso d'Aquino nel tredicesimo secolo, si definì definitivamente il primato della ragione in ambito filosofico oltre che teologico, un primato che avrebbe preannunciato la comparsa e il predominio della scienza attraverso le fasi successive del Rinascimento, dell'Illuminismo e dei tempi moderni.
Il razionalismo europeo e le sue caratteristiche
Il razionalismo europeo che emerge da questa tradizione può essere caratterizzato da alcuni tratti distintivi fondamentali. In primo luogo, il primato della ragione appare come fine a se stesso, non necessariamente funzionale a un miglioramento dell'individuo o della società. Si tratta del conoscere per il conoscere, del capire i meccanismi delle cose allo scopo di comprendere i meccanismi stessi, in una sorta di circolarità che si chiude su se stessa. È un razionalismo caratterizzato dalla gratuità del conoscere, dove il momento tecnologico, ovvero l'applicazione pratica della conoscenza per modificare la realtà in senso migliorativo, non viene certamente escluso ma segue sempre il momento fondante della conoscenza pura. L'applicazione è derivazione dalla teoresi, non possiede una propria autonomia concettuale e deve necessariamente dipendere dalla conoscenza disinteressata.
Il vissuto che accompagna questo razionalismo non è necessariamente ottimistico, anzi spesso assume toni tragici. Si tratta di una fiducia tragica nella ragione: fiducia in essa perché rappresenta l'unico strumento affidabile di cui disponiamo, ma fiducia tragica per la consapevolezza dei suoi limiti intrinseci, del fatto che essa non può garantire la felicità umana. Una ragione che, nel momento stesso in cui si pone come unica fonte legittima di conoscenza, considera se stessa con cinismo e disincanto. Figure come Leopardi o Voltaire incarnano perfettamente questo atteggiamento, dove la lucidità razionale convive con una profonda consapevolezza dell'assurdità dell'esistenza e dell'impossibilità di trovare nella conoscenza una risposta ai bisogni più profondi dell'essere umano.
Il positivismo come variante del razionalismo
Dal razionalismo è necessario distinguere il positivismo, movimento che nasce e cresce nell'alveo del razionalismo europeo in un periodo molto ben definito, tra il 1850 e il 1900. Dal razionalismo il positivismo mutua alcune caratteristiche fondamentali, ma per altri aspetti se ne differenzia così profondamente da potersi ad esso contrapporre. Si può parlare quindi di uno spirito europeo razionalistico puro e di uno spirito europeo positivistico, sostanzialmente diversi tra loro.
Razionalismo e positivismo sono accomunati dal naturalismo, una forma totalizzante di immanentismo che implica la negazione o l'indifferenza rispetto all'ultramondano in qualsiasi forma. Condividono inoltre il metodo sperimentale mutuato dalla tradizione galileiana e il determinismo della tradizione illuministica, soprattutto nella sua versione meccanicistica. Tuttavia, nel positivismo emergono tratti estranei alla tradizione razionalistica. Anzitutto il fenomenismo, che si presenta come una semplificazione del materialismo razionalistico: ciò che esiste è solo ciò che appare, non esiste nulla oltre il piano empirico, oltre il fenomeno osservabile. Questa posizione comporta il tipico antiteoreticismo dei positivisti, mentre il razionalismo aveva espresso anche sofisticate indagini sugli enti complessi della pura ragione.
Nel positivismo si manifesta inoltre una decisa scelta ateistica, mentre il razionalismo si era generalmente arroccato nell'agnosticismo, accontentandosi di non fare mai intervenire l'ultramondano nella spiegazione dei fenomeni naturali. In alcuni casi, come in Voltaire, il razionalismo aveva addirittura ammesso l'idea di un Dio, seppur lontano ed estraneo alle vicende umane. Infine, il positivismo è decisamente ottimistico, mentre nel razionalismo prevale il pessimismo della ragione. Secondo i positivisti, la scienza, massima espressione della ragione umana, risolverà tutti i problemi dell'umanità. Il binomio inscindibile scienza-tecnologia, dove sempre la scienza precede la tecnologia secondo l'impostazione dualistica del razionalismo, rappresenta la formula vincente per la felicità umana.
L'ottimismo ingenuo del positivismo si manifestò in modo eloquente durante il Convegno internazionale di psicologia del 1905 presso l'Università di Roma, quando gli psicologi positivisti preannunciarono trionfalmente la fine delle guerre. La nuova psicologia scientifica, conoscendo i meccanismi delle menti e dei popoli, avrebbe impedito il ripetersi di eventi infausti e irrazionali quali le guerre. Questa previsione venne formulata alla vigilia delle tragedie delle due guerre mondiali, rivelando quanto fosse illusoria la fede positivistica nel progresso scientifico come soluzione definitiva ai problemi umani.
L'approdo del pensiero europeo in Nord America
La situazione culturale negli Stati Uniti tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento presenta caratteristiche profondamente diverse da quelle europee. Il razionalismo europeo, con la sua complessità, il suo problematicismo, il suo cinismo e anche la sua disperazione, non approda negli Stati Uniti ma rimane estraneo alla cultura nordamericana. Invece, questa cultura assume dall'Europa il positivismo, ma in una versione non pesantemente materialistica. Ne assume il naturalismo, ma del fenomenismo non trattiene l'aspetto metafisico, ovvero la negazione categorica dell'ultramondano in qualsiasi forma, limitandosi ad assumerne il significato empiristico: il primato dei fenomeni pubblicamente osservabili e dello sperimentalismo come metodo scientifico per eccellenza.
La cultura nordamericana respinge quindi la fondazione materialistica del fare scienza. Lo scientismo, l'idolatrazione della scienza come chiave interpretativa totale della realtà, rimane un fenomeno assai più europeo che nordamericano. Nella prospettiva nordamericana, il metodo sperimentale è semplicemente un metodo efficace, non una chiave filosofico-scientifica per la dimostrazione della non esistenza dell'anima o del carattere illusorio della tradizione religiosa, come avviene nella concezione positivistica italiana di Roberto Ardigò intorno al 1870. Anche l'ateismo programmatico del positivismo europeo non penetra nella cultura nordamericana. Essa assume invece, portandolo ai massimi livelli, l'ottimismo positivistico, ma si tratta di un ottimismo antropologico, centrato sulle potenzialità dell'uomo, mentre il positivismo classico europeo era centrato sulla natura, sulla scienza e sugli ineluttabili e positivi destini di quest'ultima.
Il pragmatismo come movimento autoctono
Questa posizione viene sostenuta e rafforzata da quello che rappresenta finalmente un movimento di pensiero autoctono nordamericano: il pragmatismo di Charles Peirce e soprattutto di William James, attivo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Il pragmatismo è tuttora alla base della forma mentis nordamericana, non solo nelle espressioni intellettuali raffinate ma anche negli atteggiamenti spontanei della gente comune e nella fondazione delle regole sociali.
Le differenze tra il pragmatismo nordamericano e il razionalismo e positivismo europei sono sostanziali e illuminanti. In primo luogo, nel pragmatismo non esiste distinzione tra il momento teoretico e il momento pratico della conoscenza, mentre questa separazione rappresenta una delle caratteristiche fondamentali del razionalismo europeo. Nel razionalismo, la conoscenza è fine a se stessa e l'applicazione tecnologica, non indispensabile e non costitutiva del fare scienza, compare sempre e soltanto come istanza secondaria e derivata.
Al contrario, nel pragmatismo vige una sola forma di conoscenza, inscindibilmente teorico-pratica. La teoria trova il proprio vero e ultimo fondamento nel suo essere funzionale al miglioramento dell'individuo e della collettività. Non si tratta però di strumentalismo o utilitarismo spicciolo, secondo un uso distorto del termine "pragmatico" diffuso in una certa sottocultura europea, anche giornalistica. Il concetto autenticamente pragmatistico è più nobile: ogni vera conoscenza è intimamente, necessariamente e costitutivamente funzionale al miglioramento individuale e collettivo. Di conseguenza, essa non può mai essere negativa, pessimistica, problematica, insoddisfacente o persino tragica, come è invece caratteristico nella storia del razionalismo europeo.
Un'altra caratteristica differenziante del pragmatismo, soprattutto in autori come Dewey, è una forma particolare di democrazia, tutta nordamericana e decisamente anti-elitaria. Il razionalismo e il positivismo europei sono stati tradizionalmente appannaggio di pochi, compiacendosi, soprattutto il razionalismo, di questa distanza dal senso comune, dalle illusioni e superstizioni della gente comune. Invece, la democrazia pragmatistica nordamericana è fondata proprio sul sentire comune e sulla condivisione dell'esperienza quotidiana. In pratica, questo si traduce nella messa a disposizione di tutti di quelle regole di comunicazione e informazione necessarie al benessere individuale e collettivo. Ancora oggi, "information" è la parola fondamentale per definire la democrazia nordamericana e la sua differenza dalla democrazia europea. L'informazione è inscindibilmente diritto prioritario di chiunque, è conoscenza e al tempo stesso conoscenza per agire e per migliorare.
Eclettismo, antistoriscismo e psicologismo
Un'altra caratteristica che differenzia il pragmatismo nordamericano dalla tradizione europea è l'eclettismo, ovvero la possibilità di conciliare concezioni tra loro diverse, purché accomunate dal loro svolgere una funzione utile al singolo o alla collettività. Questo contrasta con il dogmatismo radicale tradizionale nelle concezioni europee, che per definizione si escludono l'una con l'altra, come lo spiritualismo e il materialismo.
Infine, nel pragmatismo nordamericano manca la categoria della storicizzazione, quella prospettiva che pone i prodotti del pensiero in stretto rapporto con i contesti socio-culturali in cui essi compaiono. Vi è invece una forma di psicologismo antistorico, improponibile per la mentalità europea. Le teorie e le correnti di pensiero vengono spiegate dai pragmatisti nordamericani facendo esclusivo riferimento alla personalità e alle vicende biografiche dei loro esponenti principali. Per esempio, il pessimismo della psicoanalisi freudiana è stato spiegato facendo riferimento soltanto al sentirsi emarginato dell'uomo Freud in quanto ebreo, o alla dolorosa sequenza di operazioni chirurgiche che egli dovette subire negli ultimi anni di vita, ignorando completamente il contesto culturale viennese di fine secolo e le tensioni intellettuali dell'epoca.
La situazione contemporanea
Oggi, la complessità del quadro culturale internazionale nel nostro mondo globalizzato ha portato in certi casi a un rimescolamento delle carte, per cui alcune caratteristiche tradizionalmente europee sono molto visibili negli Stati Uniti e viceversa. Per esempio, il fondamentalismo religioso è assai più presente negli Stati Uniti che non in Europa e influenza profondamente le rispettive scelte politiche. Questa fluidità crescente non cancella però le profonde differenze di impostazione che continuano a caratterizzare l'approccio alla conoscenza e alla scienza nelle due tradizioni culturali.
Comprendere queste differenze è essenziale per interpretare correttamente lo sviluppo della psicologia come disciplina scientifica. La psicologia nordamericana, con la sua enfasi sul comportamento osservabile, sulla funzionalità adattiva e sull'applicazione pratica, riflette chiaramente l'eredità pragmatista. La psicologia europea, con la sua attenzione ai processi inconsci, alla complessità fenomenologica dell'esperienza soggettiva e alla dimensione teorica, porta i segni della tradizione razionalistica. Queste differenze non sono semplicemente questioni di preferenze metodologiche, ma esprimono visioni profondamente diverse della natura umana, della conoscenza e dello scopo stesso della ricerca scientifica.
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