Sviluppo Cognitivo e Jean Piaget
Scopri come Jean Piaget ha rivoluzionato la psicologia infantile, affrontando domande fondamentali sullo sviluppo cognitivo nei bambini e la loro comprensione del mondo. Approfondisci le teorie che spiegano la percezione della realtà e la formazione della conoscenza.
Francesco Gardona
8/7/20265 min leggere
Lo spazio del bambino: un esempio concreto
La conoscenza che un bambino ha del mondo cambia parallelamente allo sviluppo del suo sistema cognitivo: nella misura in cui cambia chi conosce, cambia anche ciò che viene conosciuto. Un esempio particolarmente chiaro riguarda la conoscenza delle relazioni spaziali. Nella prima infanzia, il bambino costruisce una conoscenza pratica di categorie come "vicino" e "lontano", "sopra" e "sotto"; più avanti, arriva a costruire qualcosa di più astratto, una sorta di mappa cognitiva delle relazioni fra gli oggetti e l'ambiente che lo circonda. Se nella prima infanzia lo spazio viene conosciuto muovendosi carponi e afferrando gli oggetti, il bambino più grande arriva a conoscerlo manipolando simboli mentali. In entrambi i casi, tuttavia, resta centrale un'interazione continua fra chi conosce e il mondo esterno.
Una conoscenza sempre filtrata
Da questa impostazione discende un'implicazione importante: la conoscenza risulta sempre, in qualche misura, "filtrata". L'esperienza, cioè, viene interpretata attraverso le modalità di comprensione di cui il bambino dispone in quel preciso momento del proprio sviluppo. La mente, per usare un'immagine efficace, non funziona come una macchina fotografica che si limita a scattare istantanee della realtà; è piuttosto un sistema che, sviluppandosi progressivamente, si sintonizza sempre meglio con la realtà stessa.
Dall'individuo alla storia della scienza
Piaget non applicò il proprio approccio evolutivo soltanto alla conoscenza del singolo individuo, ma anche alla conoscenza collettiva, rintracciabile nella storia della scienza e nelle relazioni che intercorrono fra i diversi campi del sapere scientifico. Un esempio piuttosto chiaro di questa applicazione riguarda una scoperta che accomuna lo sviluppo infantile e lo sviluppo della scienza stessa: entrambi, secondo Piaget, procedono da una visione ristretta a un unico punto di vista, interessata soprattutto alle proprietà superficiali dei fenomeni, verso una visione più profonda e riflessiva, capace di collocare i singoli fenomeni in un sistema di riferimento più ampio.
Intelligenza, adattamento ed eredità
Piaget definì l'intelligenza in termini molto generali, come la forma fondamentale e prevalente attraverso cui l'essere umano si adatta al proprio ambiente. Da questa definizione discende la necessità di chiarire il ruolo dell'ereditarietà nello sviluppo intellettuale. Per Piaget, ciò che viene trasmesso geneticamente non è un contenuto specifico di conoscenza, ma un modo di funzionare molto generale: si ereditano, in altre parole, delle potenzialità di sviluppo. Più precisamente, egli distingueva fra un'eredità specifica della specie, legata a una determinata morfologia e a caratteristiche biologiche condivise da tutti i suoi membri, e un'eredità più generale, fatta di modalità di funzionamento. L'intelligenza, per Piaget, non può essere ridotta o spiegata soltanto attraverso la prima forma di eredità, perché la sua caratteristica più propria consiste proprio nella capacità di superare i limiti morfo-fisiologici dell'organismo: ciò che non può essere percepito direttamente può comunque essere rappresentato mentalmente, e gli strumenti che l'uomo costruisce servono proprio a superare questo genere di limitazioni. Adattamento, organizzazione e struttura diventano così, nella prospettiva piagetiana, le modalità di funzionamento che garantiscono una continuità profonda fra l'essere umano e le altre specie viventi, pur nella loro evidente diversità.
Un ponte verso il cognitivismo
Proprio per questa capacità di tenere insieme biologia, logica e sviluppo cognitivo, l'epistemologia genetica di Piaget continua a essere considerata uno dei ponti più solidi fra la psicologia del Novecento e le scienze cognitive contemporanee: un progetto ambizioso, per certi versi ancora aperto, che gli autori neopiagetiani continuano a sviluppare e discutere.
Bibliografia
Petter, G. (1960). Lo sviluppo mentale nelle ricerche di Jean Piaget. Editrice Universitaria.
Piaget, J. (1936). La naissance de l'intelligence chez l'enfant. Delachaux et Niestlé.
Piaget, J. (1970). Genetic epistemology (E. Duckworth, Trad.). Columbia University Press.
Piaget, J., & Inhelder, B. (1966). La psychologie de l'enfant. Presses Universitaires de France.
Di Stefano, G. (s.d.). Jean Piaget: l'epistemologia genetica [materiale didattico]. Nota: verificare edizione e anno esatti sulla base del testo originale in proprio possesso.
Uno psicologo, ma non solo
Piaget è universalmente riconosciuto come uno dei principali fondatori della psicologia dello sviluppo, grazie soprattutto alla sua originale metodologia osservativa del bambino e alla sua teoria delle fasi evolutive dell'intelligenza, che accompagnano la crescita cognitiva dalla fase sensomotoria della prima infanzia fino al pensiero astratto dell'adolescenza. In Italia, il suo pensiero cominciò a diffondersi soprattutto grazie al lavoro di Guido Petter, a partire dagli anni Sessanta.
La Scuola di Ginevra: una Scuola atipica
Ma la teoria per cui Piaget è forse più propriamente conosciuto, la sua "epistemologia genetica", nota anche come Scuola di Ginevra, non è soltanto un capitolo della psicologia dello sviluppo: costituisce essa stessa una vera e propria Scuola della psicologia generale, per quanto atipica rispetto a quelle di cui si è parlato finora. La sua atipicità dipende dal fatto che si fonda su un rapporto interdisciplinare fra psicologia, logica, matematica, biologia ed epistemologia. Proprio per questa vocazione interdisciplinare, l'epistemologia genetica può essere considerata una precorritrice dell'odierno cognitivismo e, ancor più, delle scienze cognitive nel loro complesso, ed è tuttora viva nel lavoro degli autori che si definiscono neopiagetiani.
Due preoccupazioni di fondo
Secondo un'efficace lettura proposta dallo studioso Gabriele Di Stefano, l'intera attività di Piaget può essere ricondotta a due preoccupazioni fondamentali, esplicitamente dichiarate dallo stesso autore: da un lato la ricerca dei meccanismi dell'adattamento biologico, dall'altro l'analisi della forma più elevata che questo adattamento può assumere, ossia il pensiero scientifico, la cui interpretazione in chiave epistemologica Piaget considerò per tutta la vita il proprio obiettivo di fondo. Entrambe queste preoccupazioni ruotano attorno allo studio di come nasce e si sviluppa la conoscenza: Piaget, in questo senso, è psicologo nella misura in cui la psicologia gli offre gli strumenti per rispondere a interrogativi che restano, alla radice, di natura epistemologica. È un aspetto della sua opera che la letteratura ha spesso trascurato, liquidandolo come una sorta di velleità filosofica marginale, mentre si tratta invece del nucleo teorico più originale del suo intero progetto.
Che cos'è, per Piaget, l'epistemologia
Per Piaget, il problema epistemologico coincide, in ultima analisi, con quello del rapporto fra un soggetto che agisce o pensa e gli oggetti della propria esperienza. Si tratta di un interrogativo antico quanto la filosofia stessa, ma a cui Piaget scelse di rispondere in un modo del tutto inedito: non attraverso l'argomentazione filosofica pura, bensì a partire dallo studio sistematico dello sviluppo cognitivo, cercando cioè nei dati della psicologia evolutiva gli elementi per costruire una vera e propria teoria della conoscenza. Proprio per questo motivo l'aggettivo "genetica", che accompagna il termine "epistemologia", non va inteso nel senso di "innata", ma piuttosto in quello di "in divenire", legato all'idea di sviluppo e di progressiva comparsa.
Un epistemologo sperimentale
Studiando i cambiamenti che intervengono nel processo cognitivo, e nella stessa natura della conoscenza via via che essa si sviluppa, Piaget riteneva di poter offrire risposte concrete alle domande tradizionali dell'epistemologia. Il suo interesse per questi problemi classici lo condusse a occuparsi in particolare di ciò che i filosofi hanno sempre considerato le categorie fondamentali del pensiero: il tempo, lo spazio, la causalità, l'oggetto, la quantità. Categorie che, ovvie per il pensiero adulto occidentale, non lo sono affatto per un bambino piccolo: da qui l'interesse di Piaget per il momento e il modo in cui un bambino arriva a comprendere, per esempio, che due oggetti non possono trovarsi in una relazione di causa ed effetto, oppure che un evento specifico non può verificarsi tanto prima quanto dopo un altro evento.
Si potrebbe definire Piaget, in questo senso, un vero e proprio epistemologo sperimentale: a differenza di chi sostiene una tesi filosofica facendo ricorso soltanto ad argomenti logici, egli formulava ipotesi empiriche, verificabili attraverso l'osservazione sistematica del bambino. Da questo connubio fra filosofia e metodo scientifico, fra logica e dati di fatto, nasce tanto l'intuizione più originale del lavoro piagetiano quanto il suo limite maggiore, il motivo per cui la sua opera è stata a lungo guardata con un certo sospetto sia dai filosofi sia dagli psicologi di professione.
La conoscenza come processo
L'assunto da cui parte l'intera impostazione piagetiana è al tempo stesso semplice e, per l'epoca, rivoluzionario: la conoscenza non è uno stato, ma un processo. Essa nasce da un evento, da una relazione fra chi conosce e ciò che viene conosciuto. Un bambino conosce, o comincia a comprendere, una palla agendo su di essa, fisicamente o mentalmente; in un certo senso, ciascuno di noi costruisce attivamente la propria conoscenza, contribuendo in prima persona alla forma che essa finisce per assumere. Da un punto di vista cognitivo, l'essere umano non si limita a registrare passivamente le informazioni provenienti dall'ambiente, ma le seleziona e le interpreta attivamente.
