L'etologia umana e la psicologia evoluzionistica: la mente come adattamento

Perché un neonato appena venuto al mondo si affeziona in modo così immediato e totale alla prima figura che si prende cura di lui? E perché, in generale, certi comportamenti umani sembrano ripetersi con una regolarità che nessuna singola esperienza individuale basterebbe a spiegare? Due correnti relativamente recenti della psicologia, l'etologia umana e la psicologia evoluzionistica, hanno scelto di rispondere a domande come queste guardando non soltanto alla storia personale di ciascuno, ma alla storia evolutiva dell'intera specie umana.

Francesco Gardona

8/8/20264 min leggere

Cause prossime e cause ultime

Un contributo decisivo a questa impostazione viene dalla distinzione, elaborata all'interno della biologia, fra cause prossime e cause ultime. Le cause prossime, di cui si occupa la biologia funzionale, riguardano le condizioni ambientali immediate e i meccanismi genetici, biochimici e fisiologici responsabili di un determinato fenomeno biologico. Le cause ultime, di cui si occupa invece la biologia evoluzionistica, riguardano la storia filogenetica di una specie e il possibile significato adattativo delle caratteristiche strutturali e funzionali che i suoi individui condividono. All'interno delle scienze psico-sociali, secondo Comparini e Costa, ci si è tradizionalmente occupati in misura molto maggiore delle cause prossime rispetto a quelle ultime, sebbene la considerazione di queste ultime risulti indispensabile per una comprensione realmente completa di molti fenomeni mentali e comportamentali umani.

La mente forgiata nel Pleistocene

Coerentemente con il principio di integrazione concettuale, la psicologia evoluzionistica fa propri i concetti della biologia evoluzionistica, assumendo che le caratteristiche della mente umana siano a tutti gli effetti degli adattamenti, costruiti nel corso dei tempi evolutivi. Queste caratteristiche si sarebbero sviluppate, nell'arco di circa due milioni di anni, prevalentemente per effetto della selezione naturale, sotto l'influsso delle condizioni ambientali e delle modalità di vita dei nostri progenitori cacciatori-raccoglitori del Pleistocene, il lungo periodo compreso fra circa due milioni e diecimila anni fa.

Un disallineamento fra passato e presente

Nonostante i cambiamenti intervenuti nelle condizioni e nelle modalità di vita umane, particolarmente rilevanti negli ultimi due secoli, poche migliaia di anni restano comunque un tempo troppo breve rispetto ai ritmi tipici dei meccanismi di cambiamento evolutivo, perché si siano potute verificare modifiche significative delle caratteristiche psicologiche umane rispetto a quelle già presenti al termine del Pleistocene. Si può quindi ragionevolmente ritenere che le attuali condizioni di vita differiscano, per molti aspetti importanti, da quelle che hanno effettivamente segnato l'evoluzione biologica della nostra specie: molti dei nostri meccanismi psicologici, di conseguenza, si trovano oggi a operare al di fuori delle condizioni originarie in cui avevano una reale funzione adattativa. I comportamenti che ne derivano, generati da caratteristiche psicologiche modellate su condizioni di vita antiche e molto diverse dalle attuali, possono quindi rivelarsi, in molti casi, non adattativi rispetto al presente.

Un potenziale ancora poco esplorato in Italia

Proprio questa prospettiva, secondo Comparini e Costa, consente di interpretare in modo nuovo, più convincente, unitario e generalizzabile fenomeni che altrimenti apparirebbero privi di senso, slegati fra loro e difficilmente riconducibili a una spiegazione comune. Si tratta tuttavia di un approccio che resta, ancora oggi, in gran parte ignorato all'interno dell'ambiente psicologico italiano, nonostante il crescente interesse che riscuote nel dibattito internazionale.

Bibliografia

Comparini, A., & Costa, S. (2000). Guida alla psicologia evoluzionistica: Fondamenti e principali implicazioni. Unipress.

Lorenz, K. (1935). Der Kumpan in der Umwelt des Vogels. Der Artgenosse als auslösendes Moment sozialer Verhaltensweisen. Journal für Ornithologie, 83, 137–215, 289–413.

Tinbergen, N. (1951). The study of instinct. Oxford University Press.

Tinbergen, N. (1963). On aims and methods of ethology. Zeitschrift für Tierpsychologie, 20(4), 410–433.

Tooby, J., & Cosmides, L. (1992). The psychological foundations of culture. In J. H. Barkow, L. Cosmides, & J. Tooby (Eds.), The adapted mind: Evolutionary psychology and the generation of culture (pp. 19–136). Oxford University Press.

Le origini zoologiche dell'etologia

L'etologia nacque negli anni Trenta del Novecento all'interno della zoologia, come studio comparato dei comportamenti animali condotto entro una cornice evoluzionistico-darwiniana, grazie soprattutto alle ricerche di Konrad Lorenz (1903-1989) e Nikolaas Tinbergen (1907-1988). Negli ultimi decenni, questa disciplina ha finito per influenzare sempre più da vicino anche la psicologia, dando vita a quella che oggi viene chiamata etologia umana: un'influenza che si esercita tanto a livello del metodo, in particolare nell'osservazione diretta del comportamento infantile, quanto a livello dei criteri interpretativi utilizzati per leggere quei comportamenti.

Un'impostazione fortemente innatista

A differenza del comportamentismo, l'etologia adotta un'impostazione fortemente innatista, e reintroduce nel dibattito scientifico il concetto di istinto, sottraendolo però alla genericità che questo termine aveva conservato nella psicologia precedente al comportamentismo. Gli etologi articolano infatti l'istinto in termini di specifici adattamenti filogenetici, cioè di risposte selettive innate, proprie dell'una o dell'altra specie animale: si pensi, per fare un esempio, al riconoscimento pressoché immediato, fin dalla nascita, che un animale preda mostra nei confronti della sagoma del proprio predatore naturale.

Periodi sensibili e imprinting

Gli etologi hanno inoltre messo in luce l'esistenza di vere e proprie disposizioni innate all'apprendimento, circoscritte a determinati periodi sensibili nel corso della vita di un animale. Una forma particolarmente specifica di apprendimento di questo tipo è l'imprinting, che fissa in modo pressoché indelebile, nel piccolo di una data specie, l'identità del proprio referente materno o sessuale. Il piccolo dell'anatra, per esempio, segue ovunque la madre semplicemente perché essa è il primo oggetto che vede non appena nato. Nei suoi celebri esperimenti, Lorenz dimostrò che lo stesso piccolo può seguire allo stesso modo qualunque altro animale, oggetto inanimato in movimento o persino essere umano, incluso lo stesso Lorenz, spesso ritratto mentre viene seguito da un gruppetto di anatroccoli: l'unica condizione necessaria è che si tratti della prima cosa in movimento incontrata subito dopo la nascita.

La psicologia evoluzionistica e il principio di integrazione concettuale

Più recente dell'etologia, anche la psicologia evoluzionistica si muove entro una cornice evoluzionistico-darwiniana, ma parte da un presupposto epistemologico più generale, che gli studiosi Antonio Comparini e Sabrina Costa hanno definito principio di integrazione concettuale: discipline scientifiche diverse dovrebbero, in linea di principio, risultare reciprocamente compatibili fra loro. Ciò non significa che i concetti di una disciplina debbano necessariamente ridursi a quelli di un'altra, ma quantomeno che non possano trovarsi in aperto contrasto con essi. Questo principio, generalmente accettato all'interno delle scienze naturali, non ha invece trovato altrettanto seguito nell'ambito delle scienze comportamentali e sociali, che, pur nella loro costante ricerca di legittimazione scientifica, hanno spesso mantenuto un sostanziale isolamento concettuale rispetto alla biologia.

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