Lo strutturalismo: la coscienza scomposta come un mosaico
Che cosa succede, esattamente, quando guardiamo un tramonto, ascoltiamo una melodia o proviamo un'emozione improvvisa? Sul finire dell'Ottocento, un gruppo di psicologi ritenne che la scienza dovesse rispondere a questa domanda con la stessa precisione con cui la chimica risponde alla domanda su cosa sia, davvero, una sostanza: scomponendola nei suoi elementi più semplici. Nacque così lo strutturalismo, conosciuto anche come introspezionismo, il primo vero e proprio sistema teorico organico della psicologia scientifica. A renderlo tale fu soprattutto un allievo inglese di Wilhelm Wundt, capace di trasformare l'eredità del laboratorio di Lipsia in un impianto teorico rigoroso, per certi versi persino più rigido del modello originario da cui prendeva le mosse.
Francesco Gardona
8/6/20266 min leggere
Da Lipsia al mondo
Il laboratorio di Wundt a Lipsia, il primo dedicato interamente alla psicologia sperimentale, esercitò un richiamo fortissimo su ricercatori provenienti da ogni parte del mondo. Molti di loro erano nordamericani, o comunque avrebbero in seguito lavorato negli Stati Uniti: fra questi si possono ricordare Granville Stanley Hall, James McKeen Cattell, Charles Hubbard Judd e Hugo Münsterberg, a cui si deve uno dei primi tentativi di applicare la psicologia sperimentale a problemi pratici, in particolare a quelli del mondo del lavoro. Fu però l'inglese Edward Bradford Titchener (1867-1927) a recepire nel modo più fedele e sistematico la lezione sperimentale wundtiana, portandola tuttavia in una direzione tutta sua.
Titchener tradusse in inglese l'opera di Wundt, ma lo fece in modo parziale e deliberato, lasciando in ombra l'eclettismo del maestro tedesco e le sue numerose componenti non strettamente sperimentali, come la psicologia dei popoli o le riflessioni di carattere etico. Il risultato fu la diffusione, nel mondo anglosassone, di un'immagine di Wundt più rigida e sperimentalista di quanto non fosse in realtà, un'immagine che avrebbe finito per coincidere con il progetto teorico dello stesso Titchener.
Una psicologia specchio della fisica
Nella concezione che Titchener espose nel suo Manuale di psicologia del 1910, la psicologia ha per oggetto l'esperienza umana, proprio come la fisica, e per questo motivo il suo potenziale di scientificità non è affatto inferiore a quello della fisica stessa. L'unica differenza tra le due discipline riguarda il punto di vista da cui l'esperienza viene osservata: la fisica studia l'esperienza in quanto indipendente dal soggetto che la vive, mentre la psicologia la studia proprio in quanto dipendente da esso. Lo spazio e il tempo, per esempio, sono oggetto di indagine tanto per il fisico quanto per lo psicologo, ma mentre nel primo caso mantengono un valore costante rispetto all'osservatore, nel secondo caso dipendono interamente dalle sue condizioni soggettive: psicologicamente parlando, cinquanta minuti di attesa possono sembrare più lunghi di un'intera ora, così come millecento metri percorsi con piacere possono sembrare più brevi di un chilometro percorso con fatica.
Mente e coscienza
Per descrivere questa esperienza soggettiva, Titchener introdusse due categorie generali. La mente è la somma di tutti i processi mentali che si susseguono nel corso della vita di un individuo, mentre la coscienza è la somma di quei processi mentali che hanno luogo qui e ora, in un determinato momento presente. Lo scopo dell'indagine psicologica, secondo questa impostazione, consiste nel descrivere i contenuti della coscienza e nello scoprire le leggi che ne regolano le combinazioni: non le spiega nel senso in cui la fisiologia del sistema nervoso può spiegarle, perché quel compito, per Titchener, spetta a un'altra disciplina, non alla psicologia.
Il mosaico della coscienza
La coscienza, pur presentandosi come una struttura complessa, lo è soltanto perché risulta dalla somma di moltissimi elementi semplici, un po' come un ricco mosaico è composto da tessere piccolissime. Sul modello della chimica, che procede scomponendo le sostanze nei loro elementi costitutivi, anche la psicologia doveva, secondo Titchener, scomporre analiticamente il mosaico della coscienza per farne emergere le componenti più elementari. Gli elementi costitutivi delle percezioni sono le sensazioni, quelli costitutivi delle idee sono le immagini mentali, mentre quelli costitutivi delle emozioni e dei sentimenti sono gli stati affettivi.
Le sensazioni rappresentano gli elementi più importanti e più ricorrenti dell'esperienza cosciente: corrispondono agli stati di coscienza determinati dalla stimolazione di un organo sensoriale periferico. Oltre a quelle legate ai cinque sensi tradizionali, Titchener attribuiva particolare importanza alle sensazioni cinestesiche, quelle che provengono dai muscoli, dai tendini e dalle articolazioni.
Le immagini, invece, compaiono nei processi mentali legati a esperienze non attuali, come i ricordi o le anticipazioni di eventi futuri. Nell'esperienza soggettiva risultano molto simili alle sensazioni, ma appaiono più trasparenti e sfumate rispetto a esse. Il legame tra le due è comunque diretto: quando un organo sensoriale periferico è stato stimolato più volte, per esempio quando abbiamo visto ripetutamente il colore blu, nel cervello si instaura uno stato di eccitazione centrale capace di sostituire la stimolazione periferica e di produrre l'immagine al posto della sensazione, un po' come quando "vediamo" il colore blu semplicemente richiamandolo alla mente.
Gli stati affettivi, infine, sono all'origine di emozioni e sentimenti come l'amore, l'odio, la gioia o la tristezza, e anch'essi risultano per molti versi simili alle sensazioni. In particolare, tanto gli stati affettivi quanto le sensazioni tendono ad attenuarsi con la ripetizione: se si tiene una mano immersa in un'acqua tiepida, la sensazione iniziale di calore diminuisce progressivamente man mano che la pelle si adatta alla temperatura dell'acqua, e allo stesso modo, se si ascolta più volte di seguito un brano musicale gradito, il piacere che questo suscita tende via via a scomparire. L'esperienza quotidiana è del resto costellata di combinazioni fra sensazioni e stati affettivi: la fame, per fare un esempio, nasce proprio dalla somma di sensazioni e di stati affettivi di diversa natura.
Gli attributi degli elementi psichici
Per quanto semplici e apparentemente irriducibili, gli elementi della coscienza possiedono comunque delle proprietà distintive. Sensazioni e immagini condividono quattro attributi fondamentali: la qualità, che ne definisce la natura specifica, come "freddo", "salato" o "verde"; l'intensità, che ne indica la forza, come nel caso di una scampanellata percepita come forte; la durata, che ne misura l'estensione temporale, come una scampanellata percepita come lunga; e infine la chiarezza, che ne indica la posizione rispetto al centro dell'attenzione cosciente, come la voce di uno speaker radiofonico che risulta chiara quando la si ascolta intenzionalmente, ma sfuma sullo sfondo quando si è impegnati in un'altra attività, per esempio una conversazione telefonica.
Gli stati affettivi, invece, possiedono soltanto i primi tre di questi attributi: qualità, intensità e durata, ma non la chiarezza. Se infatti ci si concentra su una sensazione o su un'immagine, è possibile renderla sempre più nitida, mentre concentrarsi su uno stato affettivo produce l'effetto opposto, portandolo progressivamente a dissolversi. Esiste inoltre un'ulteriore differenza tra le due categorie: gli stati affettivi sono sempre e necessariamente piacevoli o spiacevoli, mentre sensazioni e immagini sfuggono a questa polarità.
Il metodo dell'introspezione
Come la fisica e le altre scienze naturali, anche la psicologia procede attraverso l'osservazione empirica. Nel caso della fisica, questa osservazione è rivolta ai contenuti del mondo esterno, mentre nel caso della psicologia è rivolta ai contenuti della coscienza individuale, ed è per questo che prende il nome di introspezione. Si tratta, nella concezione di Titchener, dell'unico metodo davvero caratteristico della psicologia rispetto alle altre scienze: i dati oggettivi rilevabili dall'esterno, come i comportamenti, diventano psicologici soltanto nella misura in cui possono essere interpretati alla luce dell'introspezione stessa.
Nonostante il nome possa trarre in inganno, l'introspezione della psicologia scientifica non ha nulla a che vedere con quella praticata dal profano o dal romanziere. Mentre quest'ultima è globale e priva di regole precise, quella richiesta allo psicologo sperimentale è iperanalitica e sottoposta a un controllo sistematico rigorosissimo. Proprio questa disciplina, per Titchener, era l'unico vero criterio in grado di distinguere la psicologia scientifica sia dalla psicologia razionale prescientifica sia dalla psicologia ingenua di senso comune.
L'errore dello stimolo
Nel praticare l'introspezione, lo psicologo doveva guardarsi continuamente da un pericolo specifico, che Titchener chiamò errore dello stimolo: consiste nell'attribuire ai dati dell'esperienza cosciente significati o valori che non appartengono loro in quanto tali, ma che derivano dalla conoscenza che abbiamo del mondo. Attraverso un addestramento lungo e non facile, il soggetto imparava a riferire esclusivamente la propria esperienza cosciente immediata, separandola dall'involucro sociale, culturale e linguistico in cui essa si presenta fin da subito avvolta: imparava, in altre parole, a descrivere il processo cosciente provocato in lui dall'oggetto-stimolo, invece dell'oggetto-stimolo in quanto tale.
Un esempio rende bene l'idea. Davanti a un tavolo, l'osservatore comune direbbe semplicemente: "Vedo un tavolo", incorrendo così nell'errore dello stimolo. Lo psicologo introspezionista, addestrato a distinguere l'esperienza immediata dal significato sociale dell'oggetto osservato, riferirebbe invece qualcosa come: "Vedo un colore grigio, una luminosità di media intensità", restando fedele ai soli dati della propria esperienza cosciente.
Il tramonto di una prima Scuola
Lo strutturalismo entrò presto in crisi, messo in seria difficoltà da due correnti successive. La psicologia della Gestalt ne contestò l'elementismo, giudicato artificioso: scomporre la coscienza in unità semplici, secondo i gestaltisti, tradiva la natura stessa dell'esperienza percettiva, che si presenta fin dall'inizio come un tutto organizzato e non come una somma di parti. Il comportamentismo, dal canto suo, ne criticò il soggettivismo, cioè la sua totale dipendenza dalla coscienza e dall'introspezione, giudicate entrambe troppo poco controllabili per fondare una scienza rigorosa.
Nonostante questi limiti, lo strutturalismo resta un passaggio imprescindibile nella storia della psicologia: fu la prima vera Scuola della disciplina, e come tale offrì un punto di riferimento fondamentale, nel bene e nel male, a tutte quelle che vennero dopo. Il suo tentativo di studiare sistematicamente la coscienza, inoltre, è stato in parte ripreso dal più recente cognitivismo, a testimonianza di come alcune domande poste per prime da Titchener continuino, sia pure in forme del tutto diverse, a interrogare la psicologia contemporanea.
Bibliografia
Boring, E. G. (1950). A history of experimental psychology (2a ed.). Appleton-Century-Crofts.
Münsterberg, H. (1913). Psychology and industrial efficiency. Houghton Mifflin.
Titchener, E. B. (1901–1905). Experimental psychology: A manual of laboratory practice. Macmillan.
Titchener, E. B. (1910). A textbook of psychology. Macmillan.
Wundt, W. (1874). Grundzüge der physiologischen Psychologie. Wilhelm Engelmann.
