Vittorio Benussi: il fondatore della Scuola di Psicologia di Padova
Ci sono figure che, pur avendo lasciato un segno profondo nella storia di una disciplina, finiscono per essere quasi dimenticate proprio nei luoghi in cui hanno lavorato. È il caso di Vittorio Benussi (1878-1927), lo studioso che nei primi anni Venti del Novecento diede vita, in una piccola piazza nascosta nel cuore di Padova, al primo laboratorio di psicologia della città e a una delle prime cattedre universitarie italiane dedicate a questa disciplina. Le giovani generazioni di psicologi italiani sanno oggi poco o nulla di lui; chi lo conosce, spesso lo colloca genericamente fra gli psicologi tedeschi e austriaci che, agli inizi del Novecento, discutevano di teoria della forma. Eppure la sua storia, e quella del laboratorio che fondò, meritano di essere raccontate.
Francesco Gardona
8/10/20268 min leggere
Una Padova che rinasce dalla guerra
Sotto la Torre dell'Orologio di Padova, attraverso un arco trionfale opera del Falconetto, si accede a Corte Capitaniato, una piccola piazza alberata. Fu proprio qui che, nei primi anni Venti, trovò una sede modestissima il primo laboratorio padovano di psicologia. Erano gli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale: Padova, che aveva ospitato i comandi militari alleati ed era stata colpita da oltre centocinquanta incursioni aeree austriache, usciva da quel periodo profondamente provata, ma la sua vita culturale stava lentamente riprendendo vigore. L'Università, una delle più antiche e prestigiose d'Europa, poteva vantare nomi come quelli di Ardigò, Levi-Civita, Ricci-Curbastro, Tamassia e Severi, e nella celebre libreria Draghi-Randi, già punto di incontro di letterati e filosofi dell'Ateneo, tornarono a ritrovarsi i docenti più noti della città, insieme a studiosi e artisti provenienti da ogni parte d'Italia. Fu in questo clima di rinascita che si inserì anche l'istituzione del nuovo laboratorio di psicologia, alla cui direzione venne chiamato Vittorio Benussi.
Chi era Vittorio Benussi
Dal 1908 Benussi insegnava all'Università di Graz, dove da studente aveva seguito i corsi di Alexius Meinong, fondatore del locale laboratorio di psicologia sperimentale. Triestino di nascita, apparteneva a un'illustre famiglia italiana: la madre era una Rizzi, il padre Bernardo uno storico noto per i suoi studi sull'Istria e sulla città di Pola. Fino al 1918 l'intera Venezia Giulia apparteneva all'Impero austriaco, di cui anche i Benussi erano sudditi; ma il fatto di insegnare a Graz e di padroneggiare perfettamente il tedesco non fece mai dimenticare a Vittorio la propria appartenenza etnica italiana, tanto che, alla fine della guerra, con l'annessione della regione all'Italia, scelse di lasciare l'Austria per approdare a un'università italiana.
L'arrivo a Padova
Nel maggio del 1919 Benussi ottenne, per meriti eccezionali, la cattedra di psicologia all'Università di Padova. Era già uno studioso noto in Europa per le sue numerose ricerche sulla percezione del tempo e sulla percezione visiva, ricerche nell'ambito delle quali aveva elaborato una teoria per molti aspetti affine a quella che sarebbe poi diventata la dottrina della Gestalt di Max Wertheimer, pur entrando in seguito in polemica con gli sviluppi dati a quella dottrina da Kurt Koffka. Fra le sue doti più riconosciute vi era un'eccezionale abilità sperimentale, testimoniata dalla cura e dalla precisione con cui progettava i propri esperimenti: già i disegni anatomici realizzati da studente rivelavano un'esattezza tale che il suo successore Cesare Musatti, vedendoli, li avrebbe definiti «disegni leonardeschi».
Un inizio modesto
Benussi cominciò la propria attività padovana nel 1919, dapprima in due anguste stanzette di via San Francesco, poi nella sede di Corte Capitaniato, con un seguito di allievi inizialmente minimo: alla sua prima lezione, pare, furono presenti soltanto due persone. La psicologia in Italia era allora agli albori: le altre prime cattedre della materia, a Roma, a Napoli e a Torino, erano state istituite da poco tempo, e il laboratorio padovano, appena nato, disponeva di attrezzature scarsissime, insufficienti per affrontare ricerche sperimentali complesse. Nonostante questo, la personalità del nuovo docente riuscì in breve tempo a imporsi e ad affascinare i primi, curiosi frequentatori del laboratorio.
Un uomo capace di affascinare
Appena superati i quarant'anni, Benussi aveva un aspetto quasi da artista romantico, un'espressione assorta da pensatore, un abito sempre rigorosamente nero. Strinse rapidamente amicizia con alcuni fra i docenti più prestigiosi dell'Ateneo patavino, come il latinista Concetto Marchesi, il filosofo Erminio Troilo, il grecista Manara Valgimigli, e ancora Giovanni Bertacchi e Diego Valeri, che finirono per ritrovarsi regolarmente nel laboratorio, al termine delle rispettive giornate di lavoro, per discutere o semplicemente conversare con il nuovo, geniale collega. Fra i frequentatori più assidui vi era anche il giovane Novello Papafava, studente di filosofia con un forte interesse per la psicoanalisi.
Trieste, culla della psicoanalisi italiana
Non è un caso che proprio la città natale di Benussi, Trieste, sia stata il primo vero approdo della dottrina freudiana in Italia: fu lì che il triestino Edoardo Weiss esercitò come primo psicoanalista italiano, e fu sempre un triestino, Italo Svevo, a introdurre per primo la psicoanalisi in un romanzo italiano, La coscienza di Zeno. Lo stesso Benussi aveva del resto una sicura esperienza diretta della psicoanalisi, essendo stato analizzato a Graz da un allievo di Freud.
Suggestione e ipnosi come strumenti scientifici
Già negli anni di Graz Benussi si era interessato ai fenomeni della suggestione e dell'ipnosi, apprendendo da un collega la tecnica per indurla. Decise di applicare l'ipnosi come un vero e proprio strumento scientifico, capace di analizzare le funzioni psichiche, i processi interiori, e in particolare le emozioni. I procedimenti e i risultati di questa originale sperimentazione vennero descritti nella sua opera principale, La suggestione e l'ipnosi come mezzi di analisi psichica reale, presentata al Congresso Nazionale di Psicologia di Firenze nel 1923 e pubblicata in volume due anni più tardi, nel 1925.
Il nucleo della suggestione
Benussi osservò anzitutto che ogni azione suggestiva si fonda non tanto su una particolare capacità di chi la mette in atto, quanto su un'attitudine di chi la subisce, un'attitudine che non tutti possiedono, legata in fondo alla possibilità di autosuggestionarsi. L'elemento centrale del fenomeno andava individuato, secondo lui, nella trasformazione reale della "presenza mentale" di un oggetto in "presenza percettiva": il soggetto suggestionato trasforma cioè il significato delle parole o dei segni che gli vengono comunicati in qualcosa di realmente percepibile, dentro o fuori di sé.
Il "sonno base"
Lo stato di sonno in cui sembra cadere la persona suggestionata è, in realtà, solo apparente, e può trasformarsi in vero sonno notturno soltanto se viene esplicitamente suggerito. Ma Benussi individuò anche un particolare tipo di sonno indotto per via suggestiva, in cui si verifica una sorta di annullamento di tutte le funzioni intellettive, una completa assenza di pensiero e di immagini: fu lui a chiamarlo "sonno base". Chi lo sperimentava lo descriveva, retrospettivamente, come uno stato particolarmente piacevole. A spingere Benussi verso questa scoperta fu l'esigenza di verificare se fosse possibile creare uno stato intellettivamente vuoto, di completa quiete mentale, per poi provocare, su questa base, stati emotivi "puri", cioè privi di qualunque oggetto a cui riferirsi.
Un paradosso solo apparente
Entrambi gli obiettivi potevano apparire, a prima vista, irraggiungibili o persino assurdi. Come è possibile restare coscienti, sentirsi vivi, annullando la propria vita mentale e rimanendo privi di ogni pensiero e rappresentazione? E come può manifestarsi un sentimento senza alcun riferimento a un oggetto, una persona o una situazione reale? Per Benussi, la prova che questo fosse davvero possibile stava proprio nei suoi esperimenti sul sonno base.
Le "sagome respiratorie"
Per dimostrarlo, Benussi ricorse a una tecnica già nota, ma da lui modificata e perfezionata: l'analisi pneumografica, cioè il controllo del respiro e delle forme che esso assume nei diversi stati di coscienza, forme rilevate graficamente e schematizzate in quelle che chiamava "sagome respiratorie".
Emozioni pure e affinità nel respiro
Durante il sonno base, ai soggetti veniva suggestivamente indotta l'insorgenza di stati emotivi diversi, come tristezza, gioia, compassione o stupore, senza alcun riferimento a immagini o pensieri specifici. La forma del respiro, e dunque la relativa sagoma respiratoria, risultava sistematicamente diversa a seconda della situazione emotiva indotta, con una costanza rigorosa; emergevano inoltre evidenti affinità fra le forme di respiro collegate a emozioni fra loro qualitativamente vicine. Anche lo stato di sonno base possedeva una propria sagoma respiratoria tipica e costante, che però mutava improvvisamente, accompagnata da un breve respiro di transizione, nel momento in cui nel soggetto veniva indotta l'emozione suggerita.
Un'ipotesi sull'autonomia delle emozioni
Da questi esperimenti Benussi trasse una conclusione tanto semplice quanto radicale: le più diverse situazioni di coscienza potevano sussistere in forma pura, senza dover necessariamente far sorgere funzioni intellettive di alcun tipo. Ne conseguiva che la dipendenza che normalmente avvertiamo fra la nostra vita emotiva e i nostri pensieri e immagini non deriva da un legame intrinseco e necessario fra funzioni intellettive ed emotive, in realtà fra loro autonome, ma piuttosto da una particolare forma di collegamento e armonizzazione, funzionale alle esigenze dell'individuo.
Dal dubbio all'estasi mistica
Benussi non si limitò allo studio delle emozioni più comunemente riconosciute, ma estese la propria indagine anche a stati più strettamente legati al pensiero, come il dubbio o l'evidenza. Proprio riguardo a quest'ultima, quello stato di comprensione illuminante che chiamiamo insight, riuscì a indurre, attraverso il sonno base, un'esperienza interiore che i soggetti descrivevano come una sorta di "illuminazione pura", priva di oggetto, quasi uno stato di estasi. Le affinità che Benussi riscontrò fra i resoconti introspettivi dei propri soggetti e le descrizioni lasciate da alcuni mistici, a cominciare da Santa Teresa d'Avila nel raccontare le proprie esperienze di unione mistica, lo convinsero che le esperienze di certi santi, indipendentemente dai loro presupposti religiosi, fossero psicologicamente possibili, e non il frutto di finzioni o di alterazioni patologiche: se l'annullamento mentale e l'evidenza illuminante potevano essere provocati dall'esterno tramite la suggestione ipnotica, si poteva ammettere che, in condizioni particolari, persone animate da un'aspirazione eccezionale verso l'Assoluto potessero raggiungere spontaneamente, nella propria coscienza, uno stato analogo.
Le critiche psicoanalitiche
Le conclusioni di queste ricerche furono oggetto di critiche, in particolare da parte degli psicoanalisti, fra cui lo stesso Weiss: per loro, il celebre sonno base era privo di immagini e pensieri solo in apparenza, dal momento che questi ultimi non venivano affatto eliminati, ma semplicemente "rinchiusi" nella zona oscura dell'inconscio. Ciò nonostante, la ricchezza delle analisi di Benussi e il rigore del suo metodo continuarono a rendere sostanzialmente valido il suo lavoro, aprendo squarci significativi sulla comprensione di fenomeni ancora oggi non del tutto chiariti.
Azioni differite e legami con la psicoanalisi
Le indagini condotte con la tecnica ipnotica si estesero anche allo studio delle cosiddette "azioni differite", cioè di quelle azioni che un soggetto compie al risveglio dal sonno base, seguendo indicazioni ricevute durante l'ipnosi stessa e poi apparentemente dimenticate. Un fenomeno che poteva rivelarsi prezioso per comprendere certe forme di comportamento apparentemente immotivato, di grande interesse per la psicopatologia e la psicoanalisi dell'epoca. A questo proposito, come testimoniò la sua allieva e assistente Silvia De Marchi, Benussi sentiva fortemente l'esigenza di costruire un ponte fra la teoria freudiana e la psicologia sperimentale, convinto che proprio quest'ultima potesse liberare la psicoanalisi da ciò che, a suo giudizio, restava in essa vago e indeterminato.
Precursore del "lie detector"
La tecnica dell'analisi pneumografica non venne impiegata da Benussi solo negli studi sull'ipnosi, ma anche in nuove ricerche sulla psicologia della testimonianza. Analizzando i sintomi respiratori di soggetti invitati a rispondere a domande su fatti personali, scegliendo liberamente se dire il vero o mentire, Benussi dimostrò la validità del criterio della variazione del tipo di respirazione come indicatore di sincerità o menzogna, confermando così i risultati di ricerche già avviate a Graz nel lontano 1914. Per questi studi può essere considerato, a pieno titolo, un pioniere e un precursore di quella tecnica del "lie detector" di cui gli Stati Uniti si sono sempre vantati.
Un campo minato per pochi eletti
Queste ricerche rimasero, purtroppo, in gran parte isolate: sia per le enormi difficoltà tecniche legate alla loro realizzazione, sia perché gli stessi allievi più dotati di Benussi, come Musatti e la De Marchi, consideravano l'ipnosi una sorta di terreno minato, in cui solo una personalità come quella del Maestro, per loro stessa definizione "strano e geniale", poteva muoversi con sicurezza.
Una morte tragica
La fine di Benussi fu segnata dalla tragedia. Separato dalla moglie Wilhelmine Liel, sposata nel 1907, e ormai solo, il professore soffriva da tempo di una grave forma di psicosi maniaco-depressiva che, nelle fasi più acute, lo spingeva a desiderare di farla finita. Il pomeriggio del 24 novembre 1927 si tolse la vita nel proprio laboratorio, ingerendo del veleno. Fu trovato esanime sulla propria poltrona dal suo assistente, insieme a Novello Papafava e alla moglie di quest'ultimo, anch'essa frequentatrice abituale dell'Istituto: davanti a lui, una tazza di tè che sapeva di cianuro. Presi dall'angoscia, e nel timore che la notizia potesse gettare discredito sulla figura del Maestro, i presenti scelsero il silenzio, eliminando ogni traccia e avallando la diagnosi del medico intervenuto, che parlò genericamente di paralisi cardiaca.
Il cordoglio e l'oblio
La morte improvvisa, a soli quarantanove anni, del titolare della cattedra di psicologia dell'Università di Padova suscitò sgomento e cordoglio sincero, sia fra i colleghi patavini sia fra gli psicologi di tutta Italia. Durante il funerale, l'amico Concetto Marchesi pronunciò un'orazione funebre così appassionata da commuovere profondamente la folla presente. Sono passati, da allora, molti decenni: per lungo tempo di Benussi si è parlato pochissimo, e solo di recente si è tornati a studiare con rinnovato interesse le sue ricerche. Ma proprio nella città in cui fondò il proprio laboratorio e condusse i suoi esperimenti più audaci, il suo ricordo resta oggi piuttosto sbiadito. Eppure storici della psicologia stranieri come Edwin G. Boring e William M. O'Neil, che lo hanno citato più volte nelle proprie opere, lo hanno considerato uno dei più originali psicologi sperimentali mai esistiti.
Bibliografia
Benussi, V. (1925). La suggestione e l'ipnosi come mezzi di analisi psichica reale. Zanichelli.
Boring, E. G. (1950). A history of experimental psychology (2a ed.). Appleton-Century-Crofts.
Cattonaro, E. (1996). Psicologi a Padova: I pionieri veneti della psicologia italiana. Il Poligrafo.
Musatti, C. L. (1928). La Scuola di Psicologia di Padova (1919-1927). Rivista di Psicologia, 24, 26–42.
O'Neil, W. M. (1968). The beginnings of modern psychology. Penguin Books.
